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Gli italiani di Houthulst

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Un aspetto poco indagato delle vicende della Grande Guerra, oggi al centro dell’interesse dopo la ricorrenza del Centenario, riguarda le migliaia di soldati Italiani che morirono fuori dall’Italia durante la prima guerra mondiale. Prevalentemente si tratta di soldati caduti prigionieri degli Austro Ungarici e morti in prigionia nei campi di prigionia e lavoro disseminati in tutto l’impero asburgico e lungo il fronte occidentale. Altri morirono all’estero perché impegnati con contingenti italiani inviati in aiuto degli alleati nei Balcani e In Francia, o in seguito ad affondamento di nave.
Il numero di casi che emergono dalle statistiche è impressionante, soprattutto per quanto riguarda i prigionieri: su circa 9.600 soldati trevigiani morti durante il conflitto, ben 1.299 sono morti in prigionia (fonte www.archiviomemoriagrandeguerra).
Sono perciò decine i cimiteri di guerra che custodiscono le salme di soldati italiani in tutta Europa: in Francia, Belgio, Albania, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria, Slovenia e Austria.
Alcuni tra questi cimiteri sono ora al centro di ricerche approfondite, come quello di Houthulst, nelle Fiandre, regione del Belgio. In questo cimitero militare, tra le migliaia di caduti belgi ci sono 81 caduti italiani, prigionieri di guerra dei tedeschi, catturati per la maggior parte a Caporetto e portati nelle fiandre per essere impiegati nei campi di lavoro.

La ricerca sui nominativi di questi soldati, condotta da Marc Glorieux si inserisce nel più ampio progetto Namenlist, promosso dall’ In Flanders Fields Museum di Ypres, che si ripropone di approfondire la storia di oltre 600.000 persone (civili e militari) morti in Belgio nel corso della Grande Guerra. I nomi dei caduti sono stati proiettati all’interno del Museo nel giorno del centenario della loro morte.

Prigionieri italiani nelle Fiandre

1 –  Possamai Antonio nato il  24/11/1894 a Cison di Valmarino soldato del 37° reggimento di fanteria, morto il 12/06/1918 in prigionia per infortunio.
2 –  Vizio Pietro
3  – ignoto
4 –  ignoto
5  – ignoto
6 –  ignoto
7  – Zilio Giovanni Battista nato il  23/01/1889 a Santorso (VI) soldato del 2° reggimento Granatieri morto il 02/03/1918 in prigionia per malattia.
8 –  Colombara Giuseppe nato il 13/10/1897 a Torrebelvicino (VI) soldato del 280° reggimento  Fanteria morto il 19/05/1918 in prigionia per cause non precisate
9  –  Terniola Antonio
10  – Crosta Alberto nato il 14/12/1894 a Orvieto (TR) Terni, soldato del 263° reggimento  Fanteria morto il 05/10/1818 in prigionia per infortunio Luigi
11 – Porticoni Antonio
12 – Parisotto Giovanni Battista nato il 05/12/1891 a  Zugliano (VI) soldato del 97° reggimento fanteria morto 13/07/1918 in prigionia per malattia
13 – Odiardo Biaggio nato il 02/02/1885 a Ostuni (BR) Brindisi soldato del 246° reggimento di Fanteria morto il 05/10/1918 in prigionia per ferite riportate in combattimento.
14 – Corinno Carlo
15 – Orlandi Antonio nato il 17/03/1891 a Travazzone con Villa Vesco (LO)Lodi soldato del 10° Reggimento  Artiglieria da fortezza morto il 04/05/1918 in prigionia per malattia.
16 –  Centorame Vincenzo nato il 04/10/1882 a Silvi (TE) soldato dell’ 8° reggimento Artiglieria morto il 22/08/1918 in prigionia per malattia.
17 – Callipari Antonio nato il 07/05/1880 a Careri (RC)  soldato del 224° reggimento Fanteria morto il 10/07/1918 in prigionia per malattia.
18 – Persico Stefano nato il 18/09/1897 a Gropello Cairoli (PV) Pavia soldato della 47° Batteria bombardieri morto il  25/07/1918 in prigionia per malattia                                                                                                                                        19  – Di Rosa Antonio nato il  25/10/1897 a Frignano Maggiore (CE) soldato della 650° Compagnia mitraglieri Fiat morto il  22/07/1918 in prigionia per malattia.
20 – Mattioli Gino nato a Granaglione (BO) soldato del 2° reggimento  Alpini morto il 22/07/1918 in prigionia per malattia                                                              21 – Gargano Donato nato il 25/02/1881 a Marsico Nuovo (PZ) soldato del 207° reggimento di fanteria morto il 20/07/1918 in prigionia per malattia
22 – Larotonda Pasquale nato il 14/5/1897 Rionero in Vulture (PZ)  soldato del 241° reggimento di  fanteria morto il  09/03/1918 in prigionia per ferite riportate in combattimento
23 Rocchio Nicola nato il 29/11/1896 a Gissi (CH) soldato dell’ 88° reggimento fanteria morto il 30/03/1918 in prigionia per malattia 
24  De Santi Guerino 
25 Mondelli Francesco nato il 28/05/1893 a Palo del Colle (BA) soldato 855° compagnia mitraglieri morto il  24/04/1918 in prigionia per ferite riportate in combattimento 
26 Guisti Vittorio 
27 Mossani Raimondo
28 Sadini Giulio
29 Corti Eligio nato il 07/04/1887 a Cassei Gerola (PV) soldato del 4° reggimento bersaglieri morto il 16/07/1918 in prigionia per ferite riportate in combattimento 
30 Bullitta Pasquale nato il 30/11/1898 a Sinnai (CA) Cagliani soldato del 41° reggimento fanteria morto il  16/07/1918 in prigionia per ferite riportate in combattimento 
31 Marcuzzo Riccardo nato iol 26/12/1898 a Ponte di Piave (TV) soldato del 97° reggimento fanteria morto il  07/03/1918 in prigionia per malattia 
32  Jacone Salvatore
33  Bochinnia Giuseppe 
34 Leggio Giovanni nato il 11/01/1891 a Ragusa Caporale del 75° reggimento Fanteria morto il 6/01/1918 in prigionia per malattia 
35 Salvatelli Salvatore nato il 17/07/1897 a Todi (PG) soldato del 1° reggimento  artigliera pesante campale morto il 09/02/1918 in prigionia per malattia 
36 Natali Mario nato il 01/09/1893 a Galluzzo (FI)  soldato del 39° reggimento fanteria morto il 05/10/1918 in prigionia per ferite riportate in combattimento 
37  Crocco Giovanni nato il 18/07/1889 a Trissobio (AL) soldato del  147° reggimento fanteria morto il  04/02/1918 in prigionia per malattia 
38 Locati Domenico nato il 16/09/1894 a Villa San Fiorano  (LO)  soldato del 3° reggimento Artiglieria da montagna morto il 01/04/1918 in  prigionia per malattia
39 Ginitini Tranquillo 
40 Lumini Gaetano nato il 03/06/1885 a Livorno soldato del 3° reggimento Genio morto il 08/01/1918 in prigionia per malattia 
41 Gaudenzi Adamo nato il 29/07/1898 ad Assisi (PG) soldato del 2° reggimento bersaglieri morto il  22/02/1918 in prigionia per malattia 
42 Parronchi Bernardino nato il 14/7/1895 a Valentano soldato del 3° reggimento fanteria morto il 11/01/1918 in prigionia per malattia 
43  Danto Carlo 
44  Cardelli Vivarello nato il  25/01/1893 a Montecatini di Val di Nievole (PT)  soldato DELL’ 88° reggimento fanteria morto il 04/01/1918 in prigionia per malattia 
45 Berate Angelo
46 Bussoni Pietro nato il 14/01/1883 a Calestano (PR) soldato del  58° reggimento Fanteria morto il 31/01/1918 in prigionia per malattia
47 Delmiglio Angelo nato il 22/08/1894 a Capella Cantone (CR) soldato del 48° reggimento fanteria morto il 04/02/1918 in prigionia per malattia
48 Pettinari Pietro nato il 12/01/1882 a Tolentino (MC) soldato del 126° reggimento fanteria morto il 10/02/1918 in prigionia per malattia 
49 Stocco Giovanni nato il 23/01/1882 a Donada (RO) soldato del 212° reggimento di fanteria morto il  23/03/1918 in prigionia per malattia 
50 Rossetti Guido nato il 07/05/1898 a Cerreto Guidi (FI) soldato del 156° reggimento fanteria morto il 14/03/1918 in prigionia per malattia 
51  Popolo Rafaello 
52 Guion Giuseppe Luigi nato il 16/04/1887 ad Attimis (UD) soldato del 2° reggimento  granatieri morto il 29/01/1918 in prigionia per malattia 
53 Vanderrecchio Emilio 280° reggimento fanteria
54 Pivetta Basilio nato il  27/04/1880 a Fontanafredda (PN) soldato del 76° reggimento  fanteria morto il  08/02/1918 in prigionia per malattia 
55 ignoto
56 Fosolino Mario 
57 Brundu Giuseppe nato il  10/02/1884 a Tula (SS) Sassari soldato del 152° reggimento fanteria morto il 25/01/1918 in prigionia per malattia 
58 Succi Battista nato il 07/01/1889 a Faenza (RA)  soldato della 215° batteria bombardieri morto il 19/02/1918 in prigionia per malattia 
59 Garasso Egidio 
60 Gargiani Giuseppe nato il 08/11/1886 a Bibbiena (AR) soldato del 224° reggimento fanteria morto il  08/03/1918 in prigionia per malattia 
61 Lauretto Orazio  
62 Esposito Emidio 
63 Lavalle Filippo nato il 10/09/1885 a Coreno Ausonia (FR)  soldato del  280° Reggimento  Fanteria morto il  14/05/1918 in  prigionia per malattia 
64  Micheletti Giuseppe Bonaventura nato il 01/05/1897 a Paladina (BG) soldato del 280° reggimento fanteria morto il 03/01/1918 in prigionia per malattia 
65 Gatti Ernesto Pietro nato il 07/01/1890 a Vidigulfo (PV) soldato 1° Reggimento Alpini morto il 22/02/1918 in prigionia per malattia
66 Paselli Eugenio
67 Ferrari Alessandro nato il 18/03/1888 a Salvirola (CR) soldato dell’ 89° reggimento  Fanteria morto il  12/06/1918 in prigionia per malattia 
68 Gigli Luigi nato il 15/02/1883 a Cantalice (RI) Rieti soldato del 217° Reggimento Fanteria morto il 24/07/1918 in prigionia
69 ignoto 
70 Locatelli Angelo nato il  05/08/1880 a Vedeseta (BG)  soldato del 156° reggimento fanteria morto il 08/01/1918 in prigionia per malattia 
71 Merlini Mario 
72 De Femini Giovanni
73 Pischedda Antonio nato il 26/08/1882 a Sindia (NU)  soldato del 17° reggimento Fanteria morto il 24/12/1917 prigionia per malattia
74 Sampietro Luigi nato il  09/09/1887 a Milano soldato del 254° reggimento Fanteria morto il  17/01/1918 in prigionia per malattia.
75 – Dadi Giovanni
76 –  Cantamessa Giacomo nato il 05/05/1887 a Govone (CN) soldato del 2° reggimento Alpini morto il 03/02/1918 in prigionia per malattia.
77 –  Boschet Paolo nato il 18/04/1898 a  Feltre (BL)  soldato del 5° reggimento Genio morto il 05/10/1918 in prigionia per ferite.
78 –  Ottadi Alfredo
79 – Martelli
80 – ignoto
81 – Cheli Fortunato nato il 08/09/1884 a Marradi (FI) soldato del 2° reggimento Alpini morto il 04/07/1918 in prigionia per infortunio

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Feriti nell’anima

FERITI NELL’ANIMA.
STORIE DI SOLDATI DAI MANICOMI DEL VENETO

Durante la Grande Guerra oltre 40.000 militari italiani furono ricoverati negli ospedali psichiatrici, ma probabilmente un numero di gran lunga superiore, mai rilevato, diede segnali di sofferenza psichica di fronte alla tragica quotidianità della vita al fronte. A Treviso, posta a ridosso del fronte, il manicomio del Sant’Artemio divenne un luogo simbolo di questa triste pagina di storia. Nel suo libro Feriti nell’anima. Storie di soldati dai manicomi del Veneto, Nicola Bettiol, attraverso la documentazione psichiatrica e le lettere censurate contenute nelle cartelle cliniche, racconta le storie, le speranze e le sofferenze di questi uomini, per troppo tempo dimenticati dalla memoria.

La fuga nella malattia mentale andò progressivamente configurandosi come uno degli elementi distintivi della prima guerra tecnologica di massa. Migliaia di uomini che dovettero subire a fondo il potere estraniante della trincea, il continuo rovesciamento dei valori, la perdita di controllo sulla propria esistenza, l’annullamento della dignità personale, manifestarono un diffuso malessere che ebbe modo di esprimersi nella follia.
I medici dell’ospedale di Verona annotavano nella cartella clinica di un soldato:
“E’ irrequieto, parla a bassa voce come se vedesse compagni o austriaci, chiede il suo fucile ma tutto dolcemente senza agitarsi né gridare. Negativista, è quindi inaccessibile alle domande, continuando nel suo monologo annunciato da gesticolazione vivace e corretta. Parla sottovoce, si fa coraggio, riproduce con la bocca il suono della mitragliatrice e del fucile. Riproduce il movimento del gettare bombe a mano e di andare all’assalto alla baionetta. E’ continuamente in relazione a ciò, allucinato uditivo, quando lo si tocchi, si ritrae spaventato. Sempre spaurito in atteggiamento di difesa con tendenza a nascondersi; vede e sente austriaci dovunque”.

Il tenente Michele Orlando di Napoli, che si era arruolato volontario nel 1915, descrive bene la sensazione di spogliazione materiale e spirituale che avvertivano i soldati varcando la soglia del manicomio:                                                                 

Treviso, 7 marzo 1917
Carissimo amico mio,
ieri sera fui accompagnato all’ospedale neuropsichiatrico di Treviso, proveniente da Verona. Ebbi un’impressione un po’ dolorosa quando mi vidi un custode al lato, sembrandomi di essere diventato un infante, e peggio ancora, un demente; un individuo che non risponde più dei suoi atti, delle sue azioni.
E la dolorosa impressione non si cancellò con l’entrare nell’ospedale-manicomio, perché, accompagnato dal capo infermiere, dovetti spogliarmi di tutti gli oggetti che avevo con me.
Immaginate un po’ se io, con questo regime di vita possa guarire! Io sento il bisogno di respirare aria libera ed invece stiamo serrati dentro; sento il bisogno di stare in compagnia di persone che non mi ricordano la guerra, ed invece sto con tutti ufficiali, sento il bisogno di sentirmi circondato da un mondo di sani ed invece sto in mezzo ai malati, ognuno racconta la sua sventura, ognuno la sua tribolazione, ed io soffro assai ..”

Il tenente Italo, di Reggio Calabria, in servizio Militare dal 1914, entrò in zona di guerra il 24 Maggio 1915.
Fu sul fronte dell’Isonzo, sul monte Zebio e sul Monte Pasubio. Nell’Ottobre 1915 venne ferito alla testa da una scheggia di bomba, nel gennaio 1916 fu ferito al braccio, ma non ebbe nessuna licenza per dette ferite.
Dopo un’offensiva sul Pasubio, in cui si distinse e per questo ricevette un encomio solenne, ebbe un trauma psichico violento che lo portò all’ospedale.                                                                         

Treviso, 12 Luglio 1917
Carissima sorella,
eccomi all’ospedale di Treviso e voglio sperare che sia l’ultima tappa. Credo che qui mi tratterranno un poco di tempo. Devi sapere che in seguito ad un terribile bombardamento sul Pasubio sono rimasto un poco impressionato e moralmente scosso. Adesso ho migliorato di molto mentre prima ero balbuziente. A Treviso io spero di ottenere qualche mese di licenza di convalescenza e ti prometto che se verrò a casa ti porterò a Roma.
Questa mattina sono stato visitato ancora ed il dottore ha detto che sono un ammalato di nervi perché avendo gli occhi bendati non riuscivo a camminare nella dritta direzione ciò ch’è indizio di un disorientamento. Veramente molte cose hanno concorso per turbare il mio sistema nervoso. Ti ricordi la mia prima caduta per lo scoppio di un proiettile, ebbene io credo che quello è stato il colpo di grazia per me. Ve lo scrissi sempre a casa che mi sentivo triste ed in uno stato d’animo indicibile senza sapere trovare la ragione di questo malessere generale ..”

 

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Fuge Thomas

Come spesso è accaduto nel corso di questi anni le informazioni raccolte riguardo ai soldati britannici sepolti nel Giavera British Cemetery sono state fornite dalle famiglie di origine. A volte la concessione a pubblicare foto e informazioni avviene dopo aver consultato altri membri della famiglia. Ecco quanto mi ha scritto Neil Bradbury in merito al soldato Thomas Fuge:

Vi invio alcune immagini del mio parente Thomas Fuge, era il cugino di mia nonna (che tra l’altro perse il marito nel corso della seconda guerra mondiale), dopo essermi consultato con altri membri della famiglia. Stiamo cercando altre informazioni per definire con certezza quale dei tre fratelli della famiglia Fuge ritratta nella foto sia Thomas.  Il ritaglio di giornale elenca il suo stato di servizio fino alla morte. Mi auguro possa servire al vostro progetto.

Neil Bradbury

La famiglia Fuge. Dal confronto tra le due foto emerge che Thomas dovrebbe essere il soldato sulla destra.

IL NECROLOGIO DI THOMAS FUGE Fuge Thomas Robertes – matricola 15924 1° battaglione Cheshire Regiment, figlio di Thomas Fuge residente al 33 Limenkil Lane – Poulton, ricordato dalla moglie Ada, figlia di Richard e Hannah Edwards di Seacombe. Nato SeacombeWallasey, contea di Chester il 14 agosto 1898, ha studiato alla Sommerville School, ha lavorato come cuoco sulla nave SS Ribbledale. Arruolatosi come volontario allo scoppio della guerra il 7 settembre 1914 con il 12° Cheshire, ha combattuto nei Balcani (Salonicco) dal Settembre 1915 al settembre 1916, quando è rientrato in Inghilterra per malattia (febbre e dissenteria). Rientrato in servizio ha combattuto in Italia dal gennaio 1918, trasferito al 1° battaglione del suo reggimento, fu ucciso in combattimento dallo scoppio di una granata , è sepolto nel Giavera British Cemetery in Italia. Il suo capitano ha scritto di lui: “il soldato Fuge ha raggiunto la mia compagnia in Italia appena prima che raggiungessimo il fronte, io avevo appena perso il mio attendente, che era stato ricoverato in ospedale, e gli ho chiesto se volesse sostituirlo. E’ stato così il mio attendente per alcuni giorni., e posso assicurale, signora, che lo consideravo come un amico, e la sua morte mi ha colpito.” Prima della guerra è stato anche un appassionato calciatore militando nelle fila del Poulton Rovers.

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Maurizio Pagliano

Nato l’ 11 Ottobre 1890 a Imperia (SV), Capitano deposito Aereonautico, morto il 29 Dicembre 1917 nel cielo di Conegliano per incidente di volo, sepolto nel Sacrario di Nervesa della Battaglia.

Maurizio Pagliano             Luigi Gori e Maurizio Pagliano

Luigi Gori,  Maurizio Pagliano, Gabriele D’Annunzio e G.B. Pratesi davanti al Ca.2378 “Asso di Picche”- foto CC da Wikipedia

Maurizio Pagliano è stato uno dei più celebri aviatori italiani della Grande Guerra . Capitano pilota del Corpo aeronautico militare, fu un pioniere dell’aviazione da bombardamento italiana.
Per il suo valore gesta fu insignito di quattro medaglie d’argento e una di bronzo al valor militare.

Medaglia d’argento al valor militare
«Vero pilota da battaglia, ricco di singolari qualità, riusciva ad ottenere sempre da qualunque apparecchio, anche imperfetto o danneggiato, la massima efficacia di manovra e di tiro, e di combattimento in combattimento diè sempre maggior prova di ardire e di perizia, partecipando con successo alle più rischiose imprese.»
Cielo della fronte Giulia, ottobre 1916-19 agosto 1917.

Medaglia d’argento al valor militare
«Abilissimo pilota di bombardamento e comandante di squadriglia di singolare audacia e serenità, durante l’offensiva austro-ungarica bombardava importanti obiettivi e conduceva con grande ardimento il suo velivolo a bassissima quota, mitragliando truppe nemiche, tra l’infuriare delle artiglierie e delle mitragliatrici avversarie. Esempio mirabile di calma, entusiasmo, audacia e ardimento.» Cielo di Tolmino, Piave, Trentino, 25 ottobre-dicembre 1917.

Medaglia d’argento al valor militare
«Bombardiere abilissimo, da poche centinaia di metri colpiva per ben 42 volte il nemico con bombe e con la mitraglia, portando il disordine e la morte tra le sue file. Durante un’audace missione di guerra, mentre, dando mirabile esempio di cooperazione con la fanteria, mitragliava da bassa quota con l’abituale ardimento il nemico, attaccato da numerosi apparecchi da caccia, veniva dopo lunga e strenua lotta abbattuto con l’apparecchio in fiamme.»
Piave, 30 dicembre 1917.

Medaglia d’argento al valor militare
«Prode fra i prodi aviatori della squadriglie da bombardamento, sfidando volontariamente l’ignoto in una pericolosa navigazione e le difese antiaeree nemiche, in una brumosa notte illune, eseguiva una brillante ed importante azione di bombardamento su territorio nemico, conseguendo brillantemente gli obiettivi prefissi. Esempio mirabile di entusiasmo, di ardimento, e di fermezza d’animo.»
Cielo di Nabresina e Prosecco, notte del 26 giugno 1917.

Medaglia di bronzo al valor militare
«Su apparecchi terrestri, percorrendo un lungo tratto in mare aperto, in condizioni avverse, riusciva con altri, a raggiungere le Bocche di Cattaro ed a colpire con grande esattezza ed efficacia gli obiettivi navali, ritornando con tutti gli altri alla base, nonostante le deviazioni inevitabili nella crescente foschia.»
Bocche di Cattaro, 4-5 ottobre 1917.

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I caduti sul Montello della provincia di Foggia nei documenti dell’archivio di Stato

Uno degli strumenti più importanti per ricostruire le vicende dei soldati della grande guerra è sicuramente il foglio matricolare, un documento nel quale è sintetizzata la storia militare di ciascuno di essi, dall’arruolamento all’invio in zona di guerra fino alla morte.

Grazie alla preziosa collaborazione del direttore dell’archivio di stato di Foggia, dottor Iazzetti, ora sovraintendente archivistico per il Friuli Venezia Giulia, è stato possibile acquisire questi preziosi documenti per quasi tutti i caduti foggiani che risultano essere caduti sul Montello negli archivi del Museo Emotivo.

Dalla loro consultazione è stato possibile acquisire tante utili informazioni e spunti per approfondire la conoscenza delle loro storie.

 

1 – ABBRUZZESE GIUSEPPE DI VINCENZO NATO IL 08/11/1893 A ORTA NOVA SOLDATO 96° FANTERIA MORTO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO SEPOLTURA IGNOTA

    

2 – AMETTA GIOVANNI DI LUIGI NATO IL 21/01/1883 A TORRE MAGGIORE SOLDATO DEL 237° FANTERIA MORTO IL 09/03/1917 NELL’ OSPEDALE DA CAMPO N. 0129 PER MALATTIA SEPOLTO NEL SACRARIO DI NERVESA

3 – ANTONACCI STEFANO DI ANTONIO NATO IL 18/12/1885 A SAN GIOVANNI ROTONDO SOLDATO DEL 95° FANTERIA MORTO IL 16/06/1918 SUL MONTELLO

4 – BUCCI GIUSEPPE DI LUIGI NATO IL 27/09/1896 A VIESTE CAPORALE DEL 96° FANTERIA MORTO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO

5 – CAMPANARO ROCCO DI GIOVANNI NATO IL 15/05/1898 A CASTELLUCCIO VALMAGGIORE SOLDATO DEL 40° FANTERIA MORTO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO

6 – CANNAROZZI ANGELO DI PASQUALE 27/07/1890 NATO A CARPINO CAPITANO 2° REGGIMENTO ALPINI MORTO IL 10/11/1917 SUL PIAVE/VIDOR SEPOLTO NEL SACRARIO NERVESA

7 – CAPPELLETTA MICHELE DI LEONARDO NATO IL 27/07/1899 A SAN MARCO LA CATOLA SOLDATO DEL 39° FANTERIA MORTO IL 20/06/1918 SUL MONTELLO

8 – CATINO LEONARDANTONIO DI SAVINO NATO IL 18/03/1897 A TRINITAPOLI SOLDATO DEL 222° FANTERIA DISPERSO IL 25/06/1918 SUL MONTELLO

9 – CIPOLLONE PASQUALE DI LEONARDO NATO IL 02/01/1899 A CASALNUOVO MONTEROTARO SOLDATO DEL 39° FANTERIA MORTO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO

10 – COLECCHIA RAFFAELE DI PASQUALE NATO IL 07/08/1889 A FOGGIA SOLDATO DEL 164° FANTERIA MORTO IL 15/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

11 – D’ALESSANDRO ANDREA DI NICOLA NATO IL 05/04/1894 A MANFREDONIA CAPORALE 1098° COMPAGNIA MITRAGLIERI FIAT MORTO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

12 – DE GREGORIO MICHELE DI SAVINO NATO IL 08/05/1898 A TORRE MAGGIORE SOLDATO DEL 39° FANTERIA DISPERSO IL 20/06/1918 SUL MONTELLO

13 – DI BARI ANTONIO DI MICHELE NATO IL 04/01/1884 A SAN SEVERO SOLDATO DEL 29° FANTERIA MORTO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO SEPOLTO NEL SACRARIO NERVESA

14 – DI BENEDETTO BENEDETTO DI DOMENICO NATO IL 23/02/1899 A SERRACAPRIOLA SOLDATO DEL 138° FANTERIA MORTO IL 16/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

15 – DI PERNA ANGELO DI ANTONIO NATO IL 27/10/1899 A CARPINO SOLDATO DEL 7° REGGIMENTO GENIO MORTO IL 10/09/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO SEPOLTO NEL SACRARIO NERVESA

16 – DI PIERNO PASQUALE DI GIOVANNI NATO IL 01/04/1899 A PIETRA MONTECORVINO SOLDATO DEL 39° FANTERIA DISPERSO IL 15/06/1918 SUL MONTELLO

17 – DOTOLI GIUSEPPE DI PLACIDO NATO IL 10/10/1891 A VOLTURINO SOLDATO DEL 96° FANTERIA DISPERSO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO

18 – FABRIZIO MATTEO DI ANTONIO NATO IL 16/04/1888 A MANFREDONIA SOLDATO DEL 215° FANTERIA DISPERSO IL 15/06/1918 SUL MONTELLO

19 – FINELLI ALBERTO DI MICHELE NATO IL 09/11/1894 A PIETRA MONTECORVINO CAPORALE VIII° REPARTO D’ASSALTO MORTO IL 27/10/1918 SUL PIAVE PER FERITE RIPORTATE IN COMBATTIMENTO SEPOLTO NEL SACRARIO NERVESA

20 – FIORE BIAGIO DI BERNARDINO NATO IL 28/11/1896 A FOGGIA TENENTE DI COMPLEMENTO 95° FANTERIA MORTO IL 16/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO SEPOLTO NEL SACRARIO DI NERVESA

21 – GABALDI ALFREDO DI GIOVANNI NATO IL 28/08/1897 A FOGGIA SOLDATO 39° FANTERIA MORTO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

22 – GIOVANNELLI GIUSEPPE DI LEONARDO NATO IL 02/10/1885 A SAN SEVERO SOLDATO 215° FANTERIA MORTO IL 15/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

23 – INFASCELLI PASQUALE DI MATTEO NATO IL 22/11/1899 A CERIGNOLA SOLDATO 39° FANTERIA MORTO IL 25/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

24 – LA PORTA MICHELE DI GIUSEPPE NATO IL 20/11/1899 A SAN MARCO IN LAMIS SOLDATO 137° FANTERIA MORTO IL 21/06/1918 SUL MONTELLO – GIAVERA IN COMBATTIMENTO SEPOLTO NEL SACRARIO NERVESA

25 – LABELLARTE GIOVANNI DI NICOLANTONIO 13/12/1899 CERIGNOLA SOLDATO 39° FANTERIA MORTO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

26 – LAGRASTA VINCENZO DI CORRADO NATO IL 06/12/1893 A SERRACAPRIOLA SOLDATO 111° FANTERIA MORTO IL 26/05/1918 NELL’OSPEDALETTO DA CAMPO N° 124 PER MALATTIA SEPOLTO NEL SACRARIO NERVESA

 

27- LUISI GIOVANNI DI MICHELE NATO IL 17/12/1899 A TROIA SOLDATO 6° REGGIMENTO ALPINI MORTO IL 27/10/1918 SUL PIAVE PER FERITE RIPORTATE IN COMBATTIMENTO SEPOLTO NEL SACRARIO NERVESA

28 – MANGIACOTTI ANTONIO DI GIOVANNI NATO IL 06/10/1897 A SAN GIOVANNI ROTONDO SOLDATO 8° BERSAGLIERI MORTO IL 28/10/1918 SUL PIAVE IN COMBATTIMENTO SEPOLTO NEL SACRARIO NERVESA

29 – MAZZILLI CARMINE DI FRANCESCO NATO IL 25/02/1896 A CERIGNOLA SOLDATO 113° FANTERIA MORTO IL 24/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO SEPOLTO A MILANO -S.AMBROGIO SACRARIO

30 – NIGRETTI DOMENICO DI NICOLA 23/06/1892 SAN FERDINANDO DI PUGLIA CAPORALE 4° REGGIMENTO ARTIGLIERIA DA FORTEZZA MORTO IL 27/10/1918 NELL’ OSPEDALETTO DA CAMPO N. 165 IN COMBATTIMENTO SEPOLTO NEL SACRARIO NERVESA

31 – OCCHIONORELLI LUIGI DI GAETANO NATO IL 03/05/1899 A CERIGNOLA SOLDATO 73° FANTERIA MORTO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

32 – PALMIERI ALBERTO DI ANGELANTONIO NATO IL 19/10/1899 A PIETRA MONTECORVINO SOLDATO39° FANTERIA MORTO IL 20/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

33 – PASTORE GIUSEPPE DI PIETRO NATO IL 24/11/1883 A TORRE MAGGIORE SOLDATO 5° FANTERIA DISPERSO IL 16/06/1918 SUL MONTELLO

34 – QUAGLIA STEFANO DI NICOLANTONIO NATO IL 07/09/1899 A PESCHICI CAPORALE 39° FANTERIA MORTO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

35 – RADATTI PASQUALE DI MATTEO NATO IL 04/11/1899 A MONTE SANT’ANGELO SOLDATO 39° FANTERIA MORTO IL 20/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

36 – RENDINA ANGELO RAFFAELE DI ALESSIO NATO IL 19/08/1899 A SAN MARCO IN LAMIS SOLDATO 2° ARTIGLIERIA DA MONTAGNA MORTO IL 28/09/1918 NELL’ OSPEDALETTO DA CAMPO N. 056 PER MALATTIA SEPOLTO NEL SACRARIO NERVESA

37 – SANSELICIO NICOLA NATO IL 06/12/1876 A MANFREDONIA SOLDATO 456° CENTURIA LAVORATORI MORTO IL 27/12/1917 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO SEPOLTO NEL SACRARIO NERVESA

    

38 – SARACENO PRIMIANO DI ANTONIO NATO IL 09/10/1889 A LESINA SOLDATO 164° FANTERIA DISPERSO IL 15/06/1918 SUL MONTELLO

39 – SIMEONE VINCENZO DI GIUSEPPE NATO IL 07/02/1894 A POGGIO IMPERIALE SOLDATO 164° FANTERIA MORTO IL 15/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

40 – SOCCIO GIUSEPPE DI PASQUALE NATO IL 17/02/1883 A SAN MARCO IN LAMIS SOLDATO 68° FANTERIA MORTO IL 16/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

41 – STELLA NICOLA DI VINCENZO NATO IL 23/02/1899 A SAN FERDINANDO DI PUGLIA SOLDATO 29° FANTERIA MORTO IL 20/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

42 – TROCCOLO EUSTACCHIO DI ALFONSO NATO IL 20/09/1899 A ISCHITELLA SOLDATO 39° FANTERIA MORTO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO IN COMBATTIMENTO

43 – ZELANTE ANTONIO DI MICHELE NATO IL 11/09/1899 AD APRICENA SOLDATO DEL 37° FANTERIA DISPERSO IL 19/06/1918 SUL MONTELLO

44 – ZEOLLA LEONARDO DI INNOCENZO NATO IL 18/02/1892 A CASALNUOVO MONTEROTARO SOLDATO DEL 164° FANTERIA DISPERSO IL 15/06/1918 SUL MONTELLO

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Alexander “Sandy” Mc. Allister

Tra i tanti caduti del Giavera British Cemetery non mancano gli sportivi. E’ il caso di  Alexander “Sandy” McAllister,  che prima della guerra militò nella squadra di calcio di Sunderland.
Era un beniamino dei tifosi locali, tanto che si racconta che quando segnò il suo primo goal con la squadra gli furono regalati un pianoforte e un orologio d’oro.
Ora il Museo Emotivo, con l’aiuto del giornale locale, il Sunderland Echo, sta cercando di scoprire l’identità dei due giovani ritratti con lui in una foto trovata nel cimitero Britannico di Giavera (Sandy è il primo a sinistra)
Sono forse altri giocatori del Sunderland, magari come lui morti in guerra e ricordati nel monumento eretto nei pressi dello stadio?

Per questo il giornale ha pubblicato un articolo nel quale si racconta come questa foto sia stata rinvenuta dal custode del  cimitero britannico di Giavera sulla tomba di Alexander Mc Allister.        Il giornale lancia un appello tra i suoi lettori per cercare di individuare chi siano i due giovani ritratti accanto a lui nella foto (Sandy è il primo da sinistra). Sono altri giocatori della squadra, o forse i figli dello stesso Mc Allister, nato nel 1878 a Kilmarnock.

Il giornalista del’Echo ripercorre inoltre la carriera calcistica del giocatore, dal suo esordio con il Sunderland nel 1897, al passaggio al Derby County nel 1904 fino al ritiro nel 1911.

L’ultima parte dell’articolo è dedicata alla esperienza di guerra, nel fronte occidentale, dove fu ferito nel corso della battaglia della Somme nel 1916 e ancora in Francia e infine in Italia dove morì nel febbraio 1918.

Sunderland Echo, Friday 06 February 2015

THE discovery of a Sunderland footballer’s picture in an Italian graveyard has sparked an international appeal for information.
A snapshot featuring World War One hero Alexander ‘Sandy’ McAllister and two mystery men was left on his grave at Giavera British Cemetery in Treviso Province. Now Pierluigi Sanzovo, of Museo Emotivo of the Great War in Veneto, is hoping Echo readers will be able to put names to faces and help solve the picture puzzle. “Sandy was buried at Giavera in 1918. The photo was put on his grave many years ago and was found by the caretaker. We have absolutely no idea who left it,” he said. “Whoever left it simply wrote McAllister on the back. I have had the photo for many years, but have discovered only recently that it is of the footballer Sandy McAllister. “It is a mystery who the other two young men are in the photograph. Could they be his brothers, or other Sunderland players? Perhaps they were soldiers just like him.” Sandy, the son of a Scottish pitman, was born in Kilmarnock in around 1878 and, despite showing a flare for sport, followed in his father’s footsteps to become a miner. In his spare time, however, he played for Kilmarnock and, on February 20, 1897, the “sturdy” teenager made his debut for Sunderland against Stoke City in a 4-1 win. “He won his spurs in the 1897 Test Matches, which he has worn ever since with great success,” one sports pundit wrote of the ‘heavily built and strong’ player in 1902. Indeed, Sandy – a short, stocky centre-half – went on to play in the first game at Roker Park and was an indispensable part of the 1902 Championship-winning side as well. His seven-year career with the Rokermen saw him make 215 appearances – receiving a gold watch and a piano from fans after scoring the first of five goals for the club. But he finally left Sunderland for Derby County in 1904, followed by Oldham in 1905 and Spennymoor Utd in 1909. By 1911, he was back in Sunderland – as a miner. His days as a SAFC player saw Sandy living at 4 William Street, but by 1911 he had moved to 73 Broadsheath Terrace, Southwick, with wife Isabel and their five children. Just three years later, when Britain declared war on Germany, the 36-year-old enlisted in the Northumberland Fusiliers and was wounded at the Battle of the Somme in 1916. He returned, however, to front-line fighting, serving in France and Italy. Tragically, Sandy died of food poisoning in February 1918 and was buried at Giavera Cemetery.

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Biagio Fiore

Nato il 28 Novembre 1896 a Foggia, tenente di complemento del 95° reggimento di Fanteria, morto il 16 Giugno 1918 sul Montello per ferite riportate in combattimento, sepolto nel Sacrario di Nervesa della Battaglia

Il medagliere di Biagio ora custodito dalla famiglia.

La storia di Biagio Fiore è stata raccontata dalla pronipote Antonella Fiore nel romanzo Due fiumi, Manni editore. Il racconto inizia con la partenza di Biagio per la guerra e racconta la sua esperienza dal Carso alla morte sul Montello. I due fiumi del titolo sono l’Isonzo e il Piave.

  Sono sul treno.                                                                                 Svegliato di soprassalto dal balzo su uno scambio non bene assestato delle rotaie e dal tonfo del sedere sul sedile di legno. Cosa faccio qui?  E’ un istante quello che passa tra il sonno profondo della dimenticanza e la realtà della vita.        Sono sul treno. Giungerò ad Ancona verso le sedici. E’ arrivato anche per me il momento di essere un soldato e andare a onorare l’Italia e il suolo non ancora nostro; in questo momento realizzo che tra qualche ora vestirò altri panni e diventerò un fante del Regno. Da Foggia non siamo partiti in molti, forse una ventina, per la meta manca poco e spero di trovare subito la caserma, fare amicizia con qualcuno di cui possa fidarmi a pelle, non pensare a quello che sto per fare. Il treno asseconda la costa adriatica, è lo stesso mare del mio Gargano, è un mare di dicembre che non conosco ed è meglio fissarlo bene nella memoria perché non lo rivedrò per un po’ di tempo, lo sento. In molti dicono per pochi mesi, tanto durerà il nostro attacco agli eserciti degli Imperi Centrali che, carte alla mano, crolleranno a breve. Cadorna ne è sicuro: poche spallate e Gorizia sarà nostra.    Arrivato in stazione sul binario mi guardo intorno e noto che gli altri come me sono spaesati, valigia alla mano ci raggruppiamo e insieme procediamo verso la caserma. Uno dei ragazzi si avvicina a me. Salve, Pagani Tindaro sono” è inconfondibile l’accento siciliano “tutti però mi chiamano Dario, anche voi diretto alla Caserma Villarey?”  “Sì”, allungo la mano per salutarlo “io sono Biagio Fiore di Foggia.” “Piacere, facciamo la strada insieme?” “Volentieri.”

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Gustav Stepanec

In un opuscolo pubblicato negli anni ’20 a Mantova vengono ricostruite le vicende che hanno interessato il VII° gruppo bombardieri nelle giornate della Battaglia del Solstizio (15-23 Giugno 1918).
In particolare viene descritto il primo scontro a fuoco con le avanguardie austroungariche che inaspettatamente verso le 14 del 15 Giugno scendono da via Cal Longa verso la strada Schiavonesca. Il comando del VII° e XXXIV° gruppo aveva sede presso la casa del Farmacista, e quindi è possibile identificare con precisione il luogo dove avvenne il combattimento durante il quale furono colpiti a morte due soldati austriaci. Di uno dei due fu verificato da un ufficiale italiano il tesserino identificativo che riportava la seguente dicitura: “Gustavo Stepanec Kpl. KK Sturbaom 13 – IV Komp – felpost 291.”
Si tratta quindi di un soldato delle truppe d’assalto austriache. Pur con qualche probabile errore di trascrizione i dati che si possono ricavare potranno essere utili per una identificazione più precisa e accurata della sua identità.
Riguardo alla possibile sepoltura di questo caduto, innanzitutto bisogna dire che pochissimi tra le migliaia di caduti Austroungarici ebbero una sepoltura identificabile. Circa trecento soldati austroungarici furono sepolti nel cimitero militare Guido Alessi di Giavera del Montello, per poi essere traslate negli anni ’30 nel cimitero Austroungarico di Zenson di Piave e infine definitivamente nel cimitero Austroungarico di Cittadella (PD) .

 

Il luogo dello scontro (cortesia P. Zanatta)          Una spilla del 13° sturmbaon

Da IL VII° GRUPPO BOMBARDIERI DURANTE L’OFFENSIVA NEMICA DEL 15 GIUGNO 1918  – pag.1o/12

Potevano dunque essere le 13 circa, quando echeggiarono nella direzione delle prime case di Giavera, colpi di fucileria e di mitragliatrice. Fu allora che gli ufficiali presenti alla sede del Comando dei Gruppi si resero esatto conto della gravità degli avvenimenti e dell’isolamento in cui si trovavano. Giavera era deserta. Non un movimento, non una figura umana all’intorno. Una immobilità di cose piene di squallore e quasi di minaccia. (…) Gli ufficiali impugnarono le loro pistole. L’attesa non fu lunga. forse erano le ore 14 quando fu avvistato sulla strada un soldato. Avanzava disinvoltamente. Indossava la tenuta di tela dei nostri soldati, ma portava sul capo l’elmo austriaco con disco bianco, facilmente ravvisabile anche a distanza. Insospettiti da questo particolare, gli fu intimato a gran voce di fermarsi. Il soldato parve sorpreso da questo segno di vita, ma non obbedì all’intimazione. Questa pertanto gli fu ripetuta, ma senza risultato. Fu sparato un colpo di fucile nella sua direzione, poi un altro: infine l’audace fu preso di mira ed investito da una scarica di tre colpi che lo stesero riverso al suolo. Era appena caduto che altri quattro sbucavano da ripari vicini d’ove s’erano tenuti acquattati, si avvicinavano carponi e ne portavano via il corpo. Si sentivano intanto ventagliate di mitragliatrici avvicinarsi sempre più vicini alla casa e fischi di richiamo correre dalla strada alla campagna (…) Poco dopo faceva la sua comparsa sulla strada in lontananza un gruppetto di quattro o cinque arditi nemici, facilmente riconoscibili per arditi dalla tenuta e dall’armamento. Fu rapidamente deciso un tentativo di aggiramento di questo piccolo nucleo, ed all’uopo il sottotenente Doglioni traversò la strada con tre soldati, portandosi dietro le case opposte al riparo delle quali contava di riuscire inosservatoalle spalle dei nemici. Un’altra squadra intanto (…) usciva sulla strada ed apriva il fuoco di fronte, mentre il sottotenente Apolloni si appostava ad una finestra della sede del Comando dei Gruppi. Uno del nucleo avversario colpito, all’altezza della cantina del 14° artiglieria, cadeva fulminato: gli altri tre si davano alla fuga, riparandosi dietro la casa dove era alloggiato il 175° reparto someggiato  di sanità. Il sottotenente Bonoldi accorreva velocemente presso il caduto e con una rapidissima ricerca ne ricavava l’identità: “Gustav Stepanec Kpl. KK Sturmbaon 13 – IV Komp – Felpost 291.”

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Autieri sul Montello

Una delle pagine meno conosciute della battaglia del Solstizio sul Montello è quella che riguarda gli Autieri, un particolare corpo del nostro esercito che aveva il compito di condurre veicoli e automezzi. Si trattava di un incarico logistico, al servizio dei reparti di combattimento, ma che nel corso della battaglia richiedeva altrettanto coraggio e sangue freddo, come si può comprendere dalle motivazioni delle medaglie e degli encomi solenni assegnati agli autieri impegnati sul Montello nel corso della battaglia del Solstizio, che raccontano di giovani soldati provenienti da ogni parte d’Italia impegnati in ardite e spericolate missioni sulle impervie strade del nostro bosco, alla guida di autoblindo, camion e ambulanze.

 Ascari Umberto, nato a Mirandola in provincia di Modena , autiere della 3° compagnia: “Conduttore di autocarro, benchè fatto segno al tiro nemico, continuò imperterrito il recupero ed il carico delle munizioni, sebbene in circostanze assai difficili “– Montello giugno 1918

Bigatti Pietro nato a Crescenzago in provincia di Milano, autiere della terza compagnia automobilisti: “Venuto a conoscenza che due autocarri del proprio autoreparto, rimasti in mano al nemico, si trovavano in condizione da poterne essere tentato il recupero, spingevasi volontario, con altri militari fino alla linea delle vedette, dando esempio di ardimento e di abnegazione” – Montello, giugno 1918

Della Porta Ardicino, nato a Gubbio in provincia di Perugia
“Pur essendo ferito, non abbandonò l’autocolonna munizioni finchè non ne fu compiuto lo scaricamento” – Montello 20-22 giugno 1918

Ferrari Riccardo, nato a Verona Tenente del 3° autoparco del 55° autoreparto. « Comandante di autocolonna munizioni, benché ferito e contuso, portava a buon fine l’incarico affidatogli dando ai suoi dipendenti fulgido esempio di coraggio. sangue freddo ed esemplare abnegazione. – Cusignana, 17 giugno 1918 ».

Guindani Ettore, nato a Soresina in provincia di Cremona, Autiere del 110° autodrappello. « Conduttore di autovettura trasportante in giornata di combattimento gli ufficiali di maggior grado di un comando di divisione, colpito gravemente alla spalla destra da una palletta di shrapnel il cui scoppio investiva la vettura, con calma esemplare e dando bella prova di forza di carattere e d’elevato sentimento del dovere, non cedeva il suo posto al meccanico se non dopo che, spento il motore e serrati i freni, fu sicuro che la vettura si fosse arrestata. -Arcade, 19 giugno 1918 ».

Napitelli Giovanni, 25 anni, nato ad Alessandria, autiere della sezione sanità: “con l’autolettiga percorreva con fermezza d’animo strada intensamente battuta dal nemico, pur di riuscire a portarsi presso i feriti da raccogliere” – Montello – 19/24 giugno 1918

Paracciani Giovanni Battista, nato a Santa Fiora (Grosseto) il 19 aprile 1892
Tenente 3’ squadriglia automitragliatrici blindate. « Benché ferito alla mano sinistra, volontariamente si offerse per ricuperare un’automitragliatrice a pochi passi dallo sbarramento nemico, e, sotto violento, fuoco avversario, si portò, assieme a due militari, fino alla macchina immobilizzata, riuscendo a far riparare, dopo circa quattro ore di pericoloso lavoro, il motore, riportandola nelle linee.- S. Andrea di Nervesa, 21 giugno 1918 ». B.U. Dispensa 12′ del 28 febbraio 1919.

Frezzato Fortunato, nato a Loreo (Rovigo) Autiere 3′ squadriglia automitragliatrici blindate. « Volontariamente si offerse per il ricupero di un’automitragliatrice rimasta immobilizzata a pochi passi da uno sbarramento nemico. Sotto vivo fuoco avversario si portò
sul posto, assieme al proprio ufficiale e ad altro militare, coaudiuvando coraggiosamente, per circa quattro ore di pericoloso lavoro, finche la macchina fu riportata nelle nostre linee.–S.Andrea di Nervesa, 21 giugno 1918 ». B.U. Dispensa 12’ del 28 febbraio 1919.

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La misteriosa morte del generale Von Bolzano

Heinrich Edler BolzanoVon Kronstatt
Nato il 14 Agosto 1868 in Boemia, generale della 13a e 25a Brigata Schutzen morto il 17 Giugno 1918 sul Montello, sepoltura ignota.

Einrich Edler Bolzano Von Kronstatt arriva sul Piave alla fine del 1917 dopo una brillante carriera militare che lo ha portato al grado di Maggiore Generale, al comando della 13° e 25° brigata Schutzen. Il mattino del 17 Giugno, sul Montello, nel pieno svolgimento della battaglia del Solstizio, apparentemente senza motivo il generale Von Bolzano abbandona le sue linee, da solo o secondo alcune versioni accompagnato da un attendente, e si inoltra verso le linee italiane. Qui è colpito a morte, con modalità ancora poco chiare, tanto che la sua uccisione è rivendicata da più parti.

Cosa è successo al Generale Von Bolzano?
La verità è probabilmente quella riportata in un rapporto della 25° brigata Schutzen citato da uno storico trevigiano: M. Bernardi, Di qua e di là dal Piave, Milano, Mursia, 1989 

“Il Generale Von Bolzano è probabilmente rimasto vittima di una confusione mentale e caduto, incapace di intendere e di volere…”.

Ancora Bernardi riporta il fatto che nel 1950 gli archivi militari austriaci ribadiscono che

“ dopo approfondito esame del caso, gli atti ufficiali della Guerra 1914-1918 non sono sufficienti per supporre la causa di morte diversa da quella della confusione mentale.”

Una morte quindi forse poco eroica, ma emblematica della complessità della guerra e della reazione di tutti gli uomini di fronte al dolore e alla paura, e che ha reso ancor più misteriosa e affascinante la figura del Generale Von Bolzano, del quale rende uno splendido ritratto Andrea Molesini nel pluripremiato romanzo Non tutti i bastardi sono di Vienna.
Dopo la morte il Generale fu sepolto nel cimitero militare Guido Alessi di Giavera, ma con lo smantellamento del cimitero si sono perse le tracce della sua sepoltura. Lasciando ancora una volta aperta la strada a chi voglia approfondire la sua dolorosa e umanissima storia.

A. Molesini,  Non tutti i bastardi sono di Vienna  Sellerio 2010

La sala era fumosa. La canna del camino non veniva pulita da mesi. La rotta di Caporetto si era portata via molti mestieri e la loro mancanza si faceva sentire in tante piccole cose. La zia accennò un colpo di tosse, accolto dagli educati sorrisi del barone e del generale Bolzano, che faceva il suo primo ingresso alla villa.
Il generale era un uomo ben piantato, occhi pallidi, voce chiara. Era quasi calvo, portava guanti grigi di pelle scamosciata. Anche dentro aveva qualcosa di grigio, qualcosa che gli scivolava fuori dagli occhi e metteva tristezza in chi lo guardava. E i suoi occhi erano dappertutto. Mi affascinò subito. Riservò a me e alla zia una lunga occhiata, sentiva il nostro imbarazzo, capiva il disagio di sentirsi ospiti del nemico nella casa della propria stirpe, e sapeva – oh sì, lui lo sapeva – che quell’oltraggio non sarebbe durato. Quando portò alle labbra la mano della zia non fu solo la sua testa ad inchinarsi: “Madame, vi prego di credere che la mia gratitudine per la vostra pazienza non è dettata solo da obblighi di cortesia”.
“Le vostre parole, generale, mi toccano davvero” disse la zia fra lo stupore di tutti “perché anche voi, come me, vivete in un mondo che non c’è più”. Ritrasse la mano e gli fece un gran sorriso.
Il generale fece un passo indietro, si irrigidì battendo i tacchi e, guardandola negli occhi, annuì.

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Giuseppe Gramigni

Sono tante le persone appassionate che abbiamo incontrato, quasi sempre virtualmente negli anni cercando le storie dei caduti del Montello. E’ il caso ad esempio di Elisa Fiorelli, che in Toscana si è occupata di Grande Guerra con ricerche e mostre, e che cura una interessante e ricca pagina facebook  Ricordi della Grande Guerra 1914-1918  e che ci  racconta la storia di un fante caduto sul Montello, Giuseppe Gramigni:

Giuseppe Gramigni di Raffaello Gramigni e Maria Bellini

Nato a Vitigliano (Frazione di Vicchio – FI) il 5 Dicembre 1899 in una famiglia contadina. Tutti lo chiamavano affettuosamente Pino. Aveva imparato a scrivere da solo, non potendo andare a scuola. Come tutti i ragazzi del’99, fu richiamato alle armi in seguito alla disfatta di Caporetto ed inviato a riempire le fila dell’esercito che aveva subito perdite gigantesche. Alcuni reggimenti furono addirittura ricostituiti interamente. Pino, alla fine del’17, fu inviato a riempire le fila del 7°Reggimento Fanteria “Cuneo” che si trovava nelle trincee del Massiccio del Grappa, precisamente sul Monte Pertica. Cima aspramente contesa nel Novembre del 1917, le cui linee opposte distavano più o meno 30 metri. Tornò in licenza a casa una sola volta, dove fece sapere che si trovava sul Monte Grappa. Nei primi mesi del ’18 fu trasferito nel 74°Reggimento Fanteria “Lombardia”, che si trovava schierato sempre sul Grappa, ma nel settore Est, sui Monti Solaroli. All’inizio di Giugno il 74°Reggimento fu inviato a riposo a Treviso, ma pochi giorni dopo, il 15 giugno, iniziò su tutto il fronte l’Offensiva Austriaca passata alla storia come Battaglia del Solstizio. Il 19 Giugno 1918, il 74° Fanteria, senza il supporto dell’artiglieria fu mandato in contro alle trincee Austriache nella località “Casa Serena” tenute dagli Ussari Ungheresi della brigata Heinlein. La zona era disseminate da nidi di mitragliatrice. Alle 13:00, Pino con i Fanti del 74°Reggimento, fu mandato allo sbaraglio: “era del tutto mancato il tempo necessario a un orientamento sul terreno e a una presa di contatto con i reparti già schierati, con gravi conseguenze ed errori nella individuazione delle località e di posizioni”. Poi, fallito l’attacco dove la Brigata Lombardia subì numerose perdite, alle 20 con l’ordine tassativo e “minaccioso di gravissimi provvedimenti”, fu ripetuto nuovamente il tentativo di prendere “Casa Serena”. In uno di questi due assalti, Pino, lasciò la sua vita. Oggi dovrebbe riposare nell’Ossario del Montello, ma benché non risulti fra i dispersi non c’è il suo nome.

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Walter Richardson

Nel settembre del 2017 ho avuto l’onore di accompagnare Susan e David Walker nella visita alla tomba del nonno di Susan, Walter Richardson presso il Giavera British Cemetery.

Susan e David Walker

Susan mi ha raccontato che quando suo nonno è morto in guerra in Italia suo padre Albert aveva solo sette anni. Lei ricorda bene che per tutta la sua vita Albert non ha mai voluto parlare di questo né ha mai visto un film di guerra al cinema o in televisione. Mi ha detto anche che lei è stata la prima componente di tutta la famiglia Richardson a visitare la tomba di Walter, 100 anni dopo la sua morte. Assieme abbiamo visitato anche Crocetta del Montello, dove Walter è morto e dove si trovava la sua sepoltura provvisoria, prima del trasferimento della sua salma al Giavera British Cemetery. Qualche mese dopo mi ha inviato la storia di suo nonno, corredata di foto e documenti, che pubblico qui in versione originale, ma che voglio brevemente riassumere per i lettori che non hanno grande dimestichezza con la lingua  inglese.

Walter Richardson

Walter è nato nel gennaio del 1890 a Swinefleet, nello Yorkshire, sesto figlio di Walter Edwin e Mary Ann Richardson. Nel 1912 sposò Eva Annie Ibbetson dalla quale ebbe quattro figli: Albert, Tom, Sid e Fred, concepito durante una licenza, che nacque appena una settimana prima della morte di Walter. Nel 1916 fu arruolato nel reggimento dei Kings Own Yorkshire Light Infantry. Combattè nelle Fiandre, in Francia e infine in Italia dove morì l’8 dicembre 1917

WALTER RICHARDSON (By Susan Walker)

Walter Edwin Richardson and his wife Mary Ann              

Walter and his wife Eva Annie Ibbetson and their sons Albert and Tom

Walter was born in January 1890 on High Street, Swinefleet, the fourth of 6 children of Walter Edwin and Mary Ann Richardson, four of whom were boys all destined to serve in the Forces in the Great War when the time came. He was christened on 13 February 1890 at Swinefleet Methodist Chapel. In the 1891 Census he lived at 57 High Street, Swinefleet aged 1 with his parents Walter Edwin, (32), a hairdresser and fruiterer, his mother Mary Ann, (30), the fruit shopkeeper, and his siblings Charles Edwin (3), Mary E(10) and George (11). By 1901 he was 11 and had acquired 2 more siblings, Harold (9) and Hilda Cecilia (6). His father was now a hairdresser and big brother George was the Greengrocer. Mary was also working – as a general domestic servant.
In 1911 he was 21, a farm labourer, his father was now the Postman and Rural Messenger, his mother was a housewife, Charles was a labourer, Harold an apprentice blacksmith, and Hilda a housemaid at home. George and Mary had left home. There had been 11 children born alive to the Richardsons, of whom sadly only 6 were still living.
Unfortunately this was to be the last census Walter was recorded in. A year later on 12 October 1912 he married Eva Annie Ibbetson who lived at Cavil’s yard further along the High Street with her parents and baby Albert, my father, born 1910. In 1913, Tom was born, followed by Sid in 1915. Later that year, on17 December, he enlisted with the Kings Own Yorkshire Light Infantry at Goole, and joined the colours in March 1916, his rank being a Private and his Service No. 28103. He served with the 7th, 8th and 9th Battalions. His service record hasn’t been found but he appears to have survived active service in France and Flanders and then in November 1917 the 8th Battalion was transferred to northern Italy to help defend the Italian front near the Austrian border. On 4 December the XI and XIV Corps relieved the Italians on the Montello sector of the Piave front. The Montello sector acted as a hinge to the whole Italian line, joining the portion facing north from Mount Tomba to Lake Garda with the defensive line of the River Piave. The Commonwealth troops, although not involved in any large operations, had to carry out continuous patrol work across the River Piave, as well as much successful counter battery work later on. Italy must have seemed like a welcome relief to the British, compared with the Western Front. However, Italy was not without its dangers and on 8th December, after only 4 days, Walter lost his life.
Back at Swinefleet, his mother had a premonition of his death when a picture fell off the wall. Shortly afterwards his widow received 2 letters on the same day, one from him to say he was fine and the other from his Commanding Officer to say he had been killed. An article in the Goole Times records the dreaded letter: “Dear Madame, It is with regret I write this letter, informing you of your husband’s death. I am sorry to say he was killed outright on December 8th. I have taken the liberty of taking two cards and a cap badge from his pocket, as I thought you would like them as mementos. Please accept this letter as a token of respect from his platoon and myself. If I can give you any more details I should be only too pleased. H G Houchin, Capt. C. O. A. Company”.

A letter of the war office about Walter’s grave

One of his pals who later returned to Swinefleet told them Walter had been wounded in the neck. Tragically four young boys under 7 had to grow up without a father and Walter never got to see his fourth son Fred who was only a week old when he was killed.

My father was just 7 when it happened and he could never talk about it or watch a war film for the rest of his life.
The Richardsons were a religious family and a memorial service was held for him in Swinefleet Church. They had some Bible bookmarks in white satin printed for loved ones to keep in his memory. The service was reported in the Goole Times on 25 January 1918:
“A memorial service was held in Swinefleet Parish Church on Sunday last for Pte. Walter Richardson. The deceased was killed in action whilst fighting in Italy. There was a large congregation present including a detachment of the Swinefleet Volunteers. Amongst the chief mourners were:- Mrs W Richardson, wife of the deceased, Mr and Mrs W E Richardson, Mr na Mrs J B Ibbetson, Miss H Richardson and company of members of the club that the deceased belonged tol The Rev. G H Newton BA officiated at the service and chose for his text St. Paul’s epistle to the Thessalonians, chapter 4 verses 14 and 18.”
Walter’s death is recorded on a Brass Memorial inside Swinefleet church, on Swinefleet War Memorial and also on his parents’ grave in Swinefleet cemetery.

Swinefleet War Memorial

Walter first burial in Crocetta Trevigiana

On 20 June 1917, while in actual service, he had handwritten and signed a will leaving everything to his wife in the event of his death.
The following year Eva was granted a payment from the Army of £4.15.1 and on 19 November 1919, a War Gratuity of £7. Walter was awarded the British War Medal and the Victory Medal posthumously
In July 1918, Eva, my grandmother had received a letter from the War Office in reply to her query, telling her that Walter was buried in Old Farm British Cemetery, Crocetta Trevigiana, Italy and that his grave was marked by a durable wooden cross bearing his name, rank, regiment and date of death, of which a photo would be sent as soon as possible. The village of Crocetta Trevigiana changed its name in 1928 to Crocetta del Montello on orders of Mussolini to honour the soldiers who died there. From 1919 his grave is in Giavera British Cemetery, Arcade, Plot 1, Row E, Grave 2. The headstone was inscribed with a text suggested by his widow: “Gone from a world of sorrow to a home of perfect peace” in answer to a request by letter from the War Office. I visited the beautiful little cemetery in late September 2017 and found it to be indeed “a home of perfect peace”. The Piave river is now a sacred river in Italy in memory of those who died there.

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Il suicidio di Eligio Porcu

Nato il 13 Dicembre 1894 a Quartu Sant’Elena (CA), capitano del 45° reggimento di fanteria, morto il 16 Giugno 1918 sul Montello.

Il capitano Eligio Porcu, nato il 13 Dicembre 1894 a Quartu Sant’Elena, in provincia di Cagliari, morì sul Montello il 16 Giugno 1918. Le circostanze della sua morte sono ricordate nella motivazione della medaglia d’Oro che gli fu assegnata nel 1919.

“… Ferito ad una gamba e circondato dai nemici, per non cadere vivo nelle loro mani, si toglieva la vita con serena fierezza, opponendo alle ingiunzioni di resa il suo ultimo grido di “Viva l’Italia”.

Quindi non una morte in combattimento, per mano del nemico, ma una scelta, estrema, quella del suicidio,  che trova molti riscontri nella storia dell’antichità e che, fuor di retorica, colloca la vicenda del Capitano Porcu tra quelle che non ci parlano solo di uno specifico episodio bellico, ma ci fanno riflettere sull’uomo, sulla sua natura  e sul suo destino. Ecco quindi che una scelta così forte e controversa lega la storia della Battaglia del Solstizio con la guerra Giudaica e il suicidio di massa di Masada,  con la Morte di Annibale raccontata da Cornelio Nepote o la morte di Saul narrata dalla Bibbia nel libro delle Cronache.

 

(Flavio Giuseppe – Guerra Giudaica)

“Uomini valorosi, avendo noi deciso da lungo tempo di non servire nè ai Romani nè a nessun altro, salvo che a Dio, adesso è giunto il tempo di mettere in pratica il nostro proposito.  In questa occasione non dobbiamo disonorarci da noi stessi, noi che nel passato non tollerammo una schiavitù immune da pericolo, e che ora dovremmo accettare insieme con la schiavitù inesorabili vendette, se cadessimo vivi in potere dei romani; poichè, come fra tutti fummo i primi a ribellarci, siamo anche gli ultimi a combattere contro di loro. Credo, inoltre, che da Dio ci sia stata elargita questa grazia, di poter cioè morire con nobiltà e in libertà: ciò non fu concesso ad altri. Per domani ci attende l’inevitabile cattura, oppure la libera scelta di una morte gloriosa assieme ai nostri cari: noi, infatti, non possiamo ormai vincere i nemici in combattimento e i Romani, che bramano catturarci vivi, non possono che propiziarci questo onorevole destino”.

 

(Cornelio Nepote – Vita di Annibale)

“ Annibale infatti in un sol luogo aveva dimora, in un castello che gli era stato dato in dono dal re e che aveva edificato in modo tale che in tutte le parti avesse delle uscite, temendo naturalmente che accadesse quello che in realtà avvenne. Qua giunsero gli inviati dei Romani e circondarono con gran moltitudine d’uomini la sua casa; un servo che osservava da una porta disse ad Annibale che si vedeva più gente del solito ed armata. Egli allora gli ordinò di fare il giro di tutte le porte dell’edificio e di riferirgli prontamente se fosse assediato alla stessa maniera da tutte le parti. Avendogli il servo prontamente riferito che cosa avveniva e mostrato che tutte le uscite erano bloccate, capì che questo non era avvenuto per caso ma che si cercava proprio lui e che per lui era giunta ormai l’ora di morire. E per non lasciare la sua vita all’arbitrio di altri, memore delle antiche virtù, prese il veleno che era solito portare sempre con sé”.

(Sacra Bibbia – Cronache, 1-10)

 “I Filistei attaccarono Israele; gli Israeliti fuggirono davanti ai Filistei e caddero, colpiti a morte, sul monte Gelboe. 2 I Filistei inseguirono molto da vicino Saul e i suoi figli e uccisero Giònata, Abinadàb e Malchisùa, figli di Saul. 3 La battaglia si riversò tutta su Saul; sorpreso dagli arcieri, fu ferito da tali tiratori. 4 Allora Saul disse al suo scudiero: «Prendi la spada e trafiggimi; altrimenti verranno quei non circoncisi e infieriranno contro di me». Ma lo scudiero, in preda a forte paura, non volle. Saul allora, presa la spada, vi si gettò sopra. 5 Anche lo scudiero, visto che Saul era morto, si gettò sulla spada e morì. 6 Così finì Saul con i tre figli; tutta la sua famiglia perì insieme. 7 Quando tutti gli Israeliti della valle constatarono che i loro erano fuggiti e che erano morti Saul e i suoi figli, abbandonarono le loro città e fuggirono. Vennero i Filistei e vi si insediarono”.

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Cosimo e Salvatore Marinucci. Da Sulmona al Montello

Tra le tante suggestive storie legate alle vicende dei soldati che da tutta l’Italia sono venuti sul Montello per combattere mi è capitato di incrociare la singolare vicenda di due fratelli, Cosimo e Salvatore Marinucci, di Sulmona, che mi è stata raccontata da un altro Salvatore Marinucci, professore di matematica in una scuola media di Sulmona, che ha voluto in occasione del centenario della Grande Guerra portare i suoi studenti nei luoghi dove i suoi prozii avevano combattuto.

Salvatore, il fratello maggiore, era in guerra già da qualche anno, arruolato nel corpo dei Lancieri di Firenze, mentre Cosimo, il fratello minore, ragazzo del ’99 era appena stato arruolato con la brigata Bologna, 39° reggimento di fanteria. Nel giugno del 1918 il destino ha portato i due fratelli ad incrociarsi, o perlomeno a sfiorarsi, nel corso della battaglia del Solstizio sul Montello. Il reggimento dei Lancieri di Firenze è stato protagonista sul Montello di un episodio entrato nel mito, la carica a cavallo portata contro le avanguardie austroungariche che il 15 giugno 1918, primo giorno della battaglia, avevano raggiunto l’abitato di Giavera, dopo aver attraversato in una frenetica e dirompente avanzata tutta la collina. La brigata Bologna era giunta di rincalzo il 16 giugno, e ben presto gettata nella mischia nel settore occidentale della collina, nella zona dell’avamposto di casa Serena. Lì il giovane Cosimo aveva trovato la morte, e tante e tali furono le perdite italiane che il suo corpo non poté essere identificato, ed ora riposa con gli ignoti nel sacrario di Nervesa. Salvatore invece sopravvisse alla guerra, si sposò ed ebbe dei figli, e così la sua storia e quella del povero Cosimo ha potuto essere ricordata.

                    

 Cosimo Marinucci                        Salvatore Marinucci e il suo cavallo Ghiro

Così ho immaginato il loro incontro nelle pagine del libro Nove Giorni:

Quel pomeriggio Salvatore Marinucci, lanciere del III° reggimento Firenze, si era diretto fiducioso verso Montebelluna.
Un telegrafista suo concittadino lo aveva informato che il 39° era arrivato in zona quella mattina ed era stato posto in riserva. Sperava di poter incontrare il fratello Cosimo arruolato con la classe del ‘99 e da qualche mese sotto le armi nella brigata Bologna.
Non lo vedeva dall’ultima volta in cui era sceso a Sulmona in licenza, otto mesi prima.
Dopo l’azione del giorno prima a Giavera, quando i lancieri avevano caricato gli austriaci davanti all’albergo Agnoletti, era riuscito ad ottenere un permesso di qualche ora. Non appena arrivò al comando del 39° assicurò il cavallo ad un albero e cominciò a chiedere a chiunque incontrasse del fratello.
Dopo un po’ si sentì chiamare: “Marinucci, Marinucci”.
Era Giovanni Landolfi, anche lui di Sulmona, che gli correva incontro agitando le braccia.
“Caro Giovanni, come stai? Che piacere vederti! Sto cercando mio fratello.”
“Io sto bene. Ma tu raccontami di ieri, tutto il reggimento parla della vostra carica! Dicono che avete salvato il corpo d’armata, che senza di voi avrebbero sfondato a Giavera”
“Si certo, adesso ti racconto tutto, ma prima portami da Cosimo.”
Poi lo vide. Stava scaricando un camion di munizioni con altri soldati. Quando si sentì chiamare Cosimo riconobbe la voce e si voltò sorpreso. Il suo volto si aprì in un sorriso e corse ad abbracciare il fratello.
Salvatore, turbato, lo scostò da sé, e per togliersi dall’imbarazzo gli ordinò con tono marziale: “Soldato Marinucci, si faccia guardare!”
Nonostante la divisa Cosimo sembrava ancora il ragazzo che aveva lasciato a Sulmona: aveva la faccia da bambino, senza barba com’era, con solo una peluria bionda che gli segnava il labbro superiore e gli occhi grandi incavati dalle profonde occhiaie segno delle notti insonni delle ultime giornate di trasferimenti. Le mani erano invece da uomo: mani grandi, lunghe e affusolate, ormai pronte per impugnare un fucile o per toccare una donna.
“Allora, raccontaci della carica!” tornò a chiedere con insistenza Landolfi non appena furono terminati i convenevoli.
“Si! Racconta” si unì al coro Cosimo.
“Quando siamo arrivati a Giavera ieri pomeriggio, c’era il deserto. Al comando del VII° bombardieri ci hanno detto che una pattuglia era arrivata fino allo stradone, ma poi erano tornati indietro. Ne avevano ammazzato uno, che era ancora là in mezzo alla strada. Erano truppe d’assalto della 13a Schutzen. Abbiamo proseguito al trotto ancora per qualche centinaio di metri, senza incontrare nessuno. Poi, a cento metri dall’albergo Agnoletti, abbiamo sentito rumore di vetri che si rompevano, e una sedia è volata fuori dalla finestra del primo piano e si è schiantata sulla piazza.
Dalla porta della locanda sono usciti tre austriaci con delle sporte in mano. Quando ci hanno visti ci hanno guardato stupiti per un attimo, poi si sono messi ad urlare e sono scappati.
Il tenente ha ordinato la carica, mentre dalle altre case della piazza continuavano ad uscire austriaci.
Abbiamo caricato a fondo, e ne abbiamo steso qualcuno. Poi hanno cominciato a spararci con una mitragliatrice che avevano piazzato in fondo alla strada, allora siamo scesi da cavallo e ci siamo messi in difensiva dietro un muro, finché sono arrivate due automitragliatrici e un plotone della Tevere. Ma ormai gli austriaci si erano ritirati più in alto.”
“Tutto qui?” domandò deluso Cosimo.
“Cosa ti aspettavi?” rispose ridendo Salvatore.
Poi si fece serio.
“Il Montello non è posto da cavalleria. Adesso ci fanno arretrare di cinque chilometri per essere pronti a manovrare e a caricare se scendono in pianura, che Dio non voglia. Tocca a voi della fanteria andare su a scacciarli ad uno ad uno”.
Guardò i due ragazzi inorgogliti fare a gara a proclamare che loro erano pronti, e che gli austriaci avevano fatto male i conti se pensavano di trovare lo stesso esercito di Caporetto, e cose del genere. Poi smise di ascoltarli e pensò a sua madre, che aveva trovato invecchiata quando era sceso in licenza ad ottobre.
“Quando finirà la guerra Salvatore?” Gli aveva chiesto preoccupata.
“Presto mamma” aveva risposto.
“Prima che richiamino Cosimo?”
“Penso di sì”, le aveva mentito.

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Poppies where blood was shed

In questo periodo cominciano a spuntare ovunque nei campi e lungo le strade i papaveri. Questi fiori spontanei, rustici e fragili allo stesso tempo sono diventati nel mondo anglosassone il simbolo del ricordo dei caduti di tutte le guerre.

Da dove nasce questa suggestione? Probabilmente da una poesia scritta il 3 maggio 1915 all’inizio della Grande Guerra da un ufficiale Canadese, John McCrae, impegnato nei combattimenti nelle Fiandre che la scrisse in memoria di un compagno caduto in battaglia.

In Flanders fields the poppies blow
Between the crosses, row on row,
That mark our place; and in the sky
The larks, still bravely singing, fly
Scarce heard amid the guns below.

We are the Dead. Short days ago
We lived, felt dawn, saw sunset glow,
Loved and were loved, and now we lie
In Flanders fields.

Take up our quarrel with the foe:
To you from failing hands we throw
The torch; be yours to hold it high.
If ye break faith with us who die
We shall not sleep, though poppies grow
In Flanders fields.

La popolarità del testo di McCrae divenne tale che ben presto molti altri utilizzarono il simbolo dei poppies in relazione alla guerra.

In un libro di memorie sulle sue esperienze della Grande Guerra dal titolo Red Poppies David Rhodes Spark, ufficiale statunitense inviato in Francia nel corso della Prima Guerra Mondiale, riporta nell’introduzione un articolo del Chicago Tribune che parla del rapporto tra i papaveri e la guerra:

“Apparentemente c’è una strana relazione tra i campi di battaglia e i fiori spontanei. Macaulay racconta come dopo la battaglia di Landen, nei paesi Bassi, nel 1693, tra l’esercito francese e quello inglese guidato da Re William III, dove più di ventimila uomini furono lasciati insepolti nel terreno, l’anno seguente dal suolo proruppero milioni su milioni di papaveri scarlatti, che coprirono l’intero campo di battaglia come se fosse un grande foglio ricco di sangue. Una simile circostanza è riportato sia successa 120 anni dopo nella stessa regione, dove nell’estate dell’anno che seguì la vittoria di Waterloo l’intero campo di battaglia fu coperto da papaveri scarlatti. Lo stesso fiorire di papaveri scarlatti nei campi di battaglia, qualche mese dopo la battaglia, sta avendo luogo in Francia durante questa guerra”

La stessa suggestione è proposta in un articolo di un giornale inglese del 1916:

“Uno strano fenomeno riscontrato nei campi di battaglia della Francia Settentrionale è l’abbondanza di papaveri. Tutte le strade sono circondate da vasti tratti coperti dai fiori rossi, il che dà l’impressione che il sangue versato nell’autunno e nell’inverno scorsi sia tornato ancora in superficie. In ogni caso, afferma l’Evening Standard, questa è la credenza diffusa tra i contadini delle zone dove si sono svolte le battaglie solo pochi mesi fa; ma la vera spiegazione è che i papaveri crescono con il grano, così come le campanule si mescolano con il granoturco in Russia, e quest’anno i papaveri hanno usurpato tutto lo spazio.”

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Giuseppe Ferrino Eroe per caso

Il 12 Luglio 1913 a Roma si giocava la finale del campionato italiano di calcio tra la Società Podistica Lazio e la squadra piemontese del Casale Monferrato, il football Club Casale. Il Casale, che ha vinto senza difficoltà il campionato regionale, schiera un formidabile tridente d’attacco composto da Cavasonza, Caire e Gallina II°. Tuttavia, nell’imminenza della partenza per Roma Gallina II° è costretto a rinunciare alla trasferta per motivi di studio. Studente al Politecnico di Torino, non può rinviare un importante esame. E così, all’ultimo momento, viene convocato al suo posto un attaccante della seconda squadra, Giuseppe Ferrino. Nato a Pontestura in provincia di Alessandria il 12 Settembre 1890, Giuseppe è un attaccante veloce ma tecnicamente modesto. E così sono rare le sue apparizioni nella prima squadra, dopo l’esordio del 3 Marzo 1912 all’Arena Civica di Milano contro l’Unione sportiva Milanese. Tuttavia non si lascia sfuggire l’occasione e contribuisce con un goal al successo della sua squadra che conquista così il primo e unico storico scudetto del Casale Football Club. Dopo il successo di Roma Giuseppe prende definitivamente posto in prima squadra, ma presto la Guerra irrompe nella sua vita e in quella di tutti gli italiani. La classe del 1890 è tra le prime ad essere richiamate, e Giuseppe Ferrino viene arruolato e assegnato al 5° reggimento di artiglieria da Campagna. Esce indenne da oltre tre anni di conflitto ma il 4 Ottobre 1918, ad un solo mese dalla fine della guerra, il suo pezzo d’artiglieria posizionato nei pressi di Giavera viene centrato da una granata. Finisce così, a 28 anni, la sua breve vita.  Se un giorno vi capiterà di visitare il sacrario dei caduti del Montello, l’Ossario di Nervesa, fermatevi un momento a salutarlo. La sua lapide è vicina all’ingresso, appena dentro, sulla sinistra.C’è scritto solamente Soldato Ferrino Giuseppe. Ogni volta che ci vado mi viene voglia di aggiungere col pennarello Campione d’Italia.

n.d.a: La foto e le informazioni su Giuseppe Ferrino sono state fornite dal signor Ramezzana di Casale Monferrato

The final whistle

 

Stephen Cooper (a sinistra) in visita al cimitero britannico di Giavera

Nell’estate del 2016 lo scrittore londinese Stephen Cooper ha visitato il Giavera British Cemetery alla ricerca di informazioni per uno dei capitoli del libro che stava scrivendo, che avrebbe raccontato la storia di 15 giocatori di rugby della squadra londinese del Rosslyn Park morti in combattimento nel corso della prima guerra mondiale. Uno tra questi, Robert Dale, sottuficiale dei Royal Flying Corps, è infatti sepolto a Giavera. Il libro pubblicato qualche mese dopo, ebbe un grande successo in patria, rendendo immortali i protagonisti dei suoi racconti. Robert Dale, londinese, era un aspirante avvocato di una famiglia della alta borghesia, impiegato come osservatore nei palloni frenati dell’areonautica britannica. In italia trovò la morte il 31 gennaio 1918, quando il suo pallone fu abbattuto da un caccia austriaco.

 

Robert Dale con il padre nello studio della sua casa londinese
la copertina del libro

        

Stephen Cooper

“The Final Whistle. The Great War in fifteen players”
Capitolo 13 – ROBERT DALE

traduzione di P.Sanzovo

… Quando i combattimenti nei dintorni di Passchendaele si impantanarono, al Generale Haig giunsero notizie allarmanti da Sud. Nell’Ottobre del 1917 l’esercito italiano affrontò gli austriaci sostenuti da sei divisioni tedesche, ciascuna con un Feld Luftschiffer Abteilung, un’ unità di palloni frenati. Gli austriaci scesero dalle montagne come un lupo sulla piega – a Caporetto morirono più di 20.000 soldati italiani. Il doppio disertò, nonostante (o forse a causa ) delle esecuzioni sommarie ordinate dal Generale Luigi Cadorna, che aveva fatto rivivere l’antica pratica romana della decimazione, scegliendo a caso le vittime nelle unità che avevano dato segni di debolezza.
Se l’Italia (e a breve anche la Russia) avesse dovuto seguire la Serbia e la Romania fuori dal conflitto, gli Imperi Centrali avrebbero potuto rivolgere tutta la loro forza contro un unico fronte. Così la Gran Bretagna e la Francia inviarono una forza di Spedizione congiunta guidata dal generale Sir Herbert Plumer per sostenere la manovra di arresto della ritirata a capofitto italiana. Quattro divisioni di fanteria inglesi e quattro squadroni del Royal Flying Corps furono inviati in treno; i francesi inviarono sei divisioni e tre squadriglie aeree. Il ventisei Dicembre Millenovecentodiciassette, il clima mite del sud sorprese ancora una volta Robert Dale.

Dopo il cupo inverno nelle trincee del Nord Europa, il viaggio in treno fino in Italia sarebbe stato un tripudio di colori e di tepore fuori stagione. Un tenente della Royal Flying Force scrisse alla madre: “Nelle ultime ore ho visto i più bei paesaggi di tutta la mia via mentre viaggiavamo lungo la costa da Marsiglia all’Italia. Nizza e Montecarlo sono città bellissime e attraversandole siamo stati salutati con grande calore. Il clima qui è bello e caldo come da noi in agosto, sebbene sia pieno inverno. Ho visto per la prima volta le arance crescere sugli alberi.”
Arrivarono a Padova il trenta Dicembre, e da qui proseguirono verso Villalta. Il comando d’armata era determinato a far sì che questa missione non fosse vista come una vacanza dal fronte. Gli ordini emessi in Italia proibivano di spedire a casa cartoline di città italiane, di possedere macchine fotografiche, l’acquisto di alcolici e liquori e il divieto di accettare vino o di acquistare pane dalle panetterie locali.
Robert Dale, che si era autoproclamato “studioso, scrittore e pittore”, era stuzzicato dalla vicinanza con le glorie dell’arte e dell’architettura italiana, da Tiepolo a Palladio. Ma non furono concessi permessi per gite turistiche. Agli ufficiali non fu consentito di visitare Venezia fino a molto tempo dopo, e sempre in misura inferiore rispetto alla truppa.
Una zona di non volo, ulteriormente rinforzata da una cortina di cavi d’acciaio sospesi tra palloni di sbarramento proibiva il sorvolo per cinque miglia attorno alla Serenissima. Ma la nuova linea rinforzata dagli anglo-francesi avrebbe fermamente difeso i suoi tesori, e quelli di Verona, Vicenza e Padova. Erano collocati sul margine occidentale della pianura veneta, circondati dalle montagne che avevano visto aspri combattimenti svolgersi in terribili condizioni ambientali.
Le linee difensive erano rette da una rete di fiumi che scorrono verso sud-est attraverso la pianura fino all’Adriatico: il Piave, il Monticano, il Tagliamento e l’Isonzo, lungo il quale erano infuriate numerose battaglie, culminate nella dodicesima, meglio conosciuta come Caporetto.
Le truppe britanniche presero posizione sulla sponda destra del Piave, che ora era un rigagnolo, ma che poteva trasformarsi in un impetuoso torrente in primavera.
Gli aerei della Royal Flying Corps erano stati impegnati in perlustrazioni fotografiche della vasta pianura, nel bombardamento di ferrovie e nodi stradali, centrali elettriche, campi militari e d’aviazione, mentre i palloni frenati, (sui quali era impiegato Robert Dale n.d.t.), protetti da aerei Sopwith Camel, cercavano gli obbiettivi e dirigevano il fuoco delle artiglierie.
Il fronte italiano divenne un fronte d’aria e di terra, con costanti incursioni e ritorsioni. I britannici bombardavano specialmente durante il giorno, i tedeschi durante la notte; gli italiani e gli austriaci, per non essere da meno, in entrambi i momenti.
Con così pochi palloni a disposizione, gli equipaggi trascorsero lunghi periodi al fronte, senza i periodi di retrovia garantiti alla fanteria.
I palloni di entrambi gli schieramenti furono allettanti obbiettivi per i più temerari assi volanti.
Era un eccitante sport per i piloti “mangiare una salsiccia prima di colazione”, sfidando i rischi legati ai caccia di scorta ai palloni. 

(…..)


La testimonianza oculare del meccanico Harry Green è l’unica fonte che racconta quel pomeriggio.
Le note sul suo diario sono secche e oggettive.
La struggente nota finale, in una storia piena di pathos, è il cognome, scritto in maniera errata, di Robert.
Ventinove Gennaio Millenovecentodiciotto: Pallone numero trentaquattro abbattuto in fiamme da aereo tedesco. L’osservatore si è salvato lanciandosi col paracadute.
Trenta gennaio Millenovecentodiciotto : Aereo ostile attorno ad un nostro pallone. Nessun danno.
Trentun Gennaio Millenovecentodiciotto: Giornata nebbiosa. Alle sedici pallone numero Trentaquattro abbattuto in fiamme. Il tenente Bale è stato ucciso.
Green non cita il destino dell’osservatore che era sul pallone con Dale quel giorno e che si salvò. Ma le sue note cliniche dell’ospedale militare di Maghull rivelano un uomo fortemente scosso dall’esperienza e dalla morte di Robert.
Neurhastenia: Sottotenente James Baxter, Trentatreesima sezione palloni frenati, Royal Flying Corps.
Uomo di quaranta anni con ventuno anni di servizio. Era un osservatore su palloni frenati. Si è rotto la dentatura superiore ed è impossibilitato a masticare.
Ha sofferto di molte conseguenze e principalmente di un esaurimento nervoso dopo che il suo pallone fu abbattuto e dovette assistere alla morte violenta del suo compagno e amico.
Ha sofferto di insonnia e incubi, vertigini e mal di testa.
La trentatreesima sezione è rimasta, indebolita, in Italia fino alla fine della Guerra. E così ha fatto Robert Dale.
Egli si trova ancora lì, nel cimitero Britannico di Giavera, sotto una bianca lapide. Almeno lì il suo nome è scritto correttamente.
Irene, la sua musa danzante, ricevette il telegramma fatale nel loro appartamento di Kensington.
Robert le lasciava le sue quattrocentosessantaquattro sterline, abbastanza per acquistare Bourne Stream, un Cottage con vista sul porto di Bostcastle, in Cornovaglia.
Dopo la guerra, quando il tempo – come scrisse nel suo diario – sembrava essersi “fermato tra il passato in frantumi e il futuro sconosciuto”, chiese che le medaglie di Robert fossero mandate lì, ricordo dell’ombra fugace di un matrimonio in tempo di guerra.

 

I caduti trevigiani di Bligny

Per ricambiare l’aiuto ricevuto dagli Alleati nel novembre del 1917, quando un contingente francese fu inviato in Italia nella zona montana del Monte Tomba – Monfenera per sostenere l’esercito italiano in difficoltà dopo Caporetto, fu destinato, nel marzo 1918, anche il II Corpo d’Armata italiano al comando del Generale Alberico Albricci.

Le truppe italiane furono impegnate tra la fine di Maggio e la fine di Luglio in violenti scontri con le truppe tedesche nel corso della cosiddetta Battaglia di Bligny o seconda battaglia della Marna. Dopo la guerra sulla stessa collina dove si svolse la battaglia fu eretto un grande cimitero che custodisce la sepoltura di oltre 5000 caduti.

Tra loro, quasi a compensazione dell’aiuto francese del 1917, sono numerosi i caduti Trevigiani:

Caduti Trevigiani – Bligny (fonte: elaborazione dei dati nazionali presenti sul sito www.cimeetrincee.it)

  • BIONI ANGELO ALTIVOLE
  • ZANATTA SILVIO ARCADE
  • ZANESCO FEDERICO ASOLO
  • GASPARINOTTO GIUSEPPE CARBONERA
  • CECCHETTO ANTONIO CASALE S. SILE
  • ROMANO MARIO CASALE SUL SILE
  • BORTOLOTTO VIRGINIO CASTELFRANCO V.
  • PEROSIN AMERIGO CASTELFRANCO V.
  • RAINATI MANLIO CASTELFRANCO V.
  • BARAZZA GIUSEPPE CONEGLIANO
  • FURLAN DOMENICO CONEGLIANO
  • MIGOTTO VINCENZO CONEGLIANO VENETO
  • SALVADOR ANDREA CORDIGNANO
  • DEL BELLO FRANCESCO CRESPANO DEL GRAPPA
  • BARISAN FEDERICO FARRA DI SOLIGO
  • CESCON GIACINTO FONTANELLE
  • GIRARDO VITTORIO FONTANELLE
  • VOLPATTA GIUSEPPE FOSSALUNGA
  • PIZZOLATO LUIGI ISTRANA
  • MASCETO SANTE LUTRANO
  • MARTIGNAGO PIETRO MASER
  • BRISOTTO DURANDO MONASTIER DI TREVISO
  • NOGAROTTO AUGUSTO MOTTA DI LIVENZA
  • BREDA PIETRO ORSAGO
  • CASAGRANDE GIUSEPPE PAESE
  • SPALDRETTI DOMENICO PAESE
  • GATTO GIUSEPPE POSSAGNO
  • PAVAN GIUSEPPE MONTEBELLUNA
  • GRESPAN AUGUSTO POVEGLIANO
  • CATTARIN GIUSEPPE QUINTO DI T.
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Tra i soldati italiani che hanno combattuto a Bligny c’era anche lo scrittore Curzio Malaparte, che ci ha lasciato una caustica ed amara testimonianza nel poema I morti di Bligny giocano a carte


I morti di Bligny giocano a carte
nell’ombra verde dei boschi,
parlan ridendo della guerra,
dei giorni di licenza,
della casa lontana, degli amici
rimasti a vivere nel sole caldo.
Tuona il cannone, tuona ancora il cannone
dalla parte di Reims di Chateau Thierry di Soissons
o forse è un temporale che si allontana
verso lo Chemin des Dames verso Epernay
verso Laon e le nuvole gonfie
d’erba e di foglie sfiorano passando
i vigneti sui bianchi poggi della Champagne.
La guerra è finita ormai, da vent’anni è finita,
son tornati i contadini
ai villaggi tutti nuovi,
verniciati di fresco,
frotte di bambini ruzzano nei prati,
lungo le rive dell’Ardre, e i campi di grano
splendono gialli nel sole polveroso.
Un’ altra estate è tornata,sciami d’insetti ronzano nell’aria dolce,
e i morti giocano a carte nell’ombra verde
del Bois des Eclisses, del Bois de Courton,
sul pendio di Marfaux e di Nanteuil La Fosse,
lungo le strade che vanno da Reims a Parigi:
morti italiani
morti tedeschi
morti inglesi
morti francesi e senegalesi.
Gli Italiani giocano a scopone
giocano a briscola e a zecchinetto,
alla morra e a scassaquindici,
e ogni tanto alzano gli occhi, guardano il grano maturo,
e i compagni che tornan dai campi
con la zappa sulla spalla:
e il paese intorno ha già un viso italiano,
ché l’Italiano semina il suo paese
dovunque vada, i monti i fiumi il cielo il mare del suo paese.
Oh guarda guarda laggiù, nella conca di Champlat,
i Calabresi del generale Cartìa,
guarda i boschi neri dagli alberi duri,
chiome dorate han le macchie dei rovi, e sembran le selve
di Calabria a picco sugli agruimeti lungo l’Jonio.
Oh guarda guarda laggiù,
guarda gli Umbri dell Brigata Alpi,
quei pioppi d’argento come olivi, e la terra pallida
sotto il giovane fuoco delle viti:
il verde respira sereno come intorno a Spoleto,
a Magione a Perugia a Spello a Todi a Orvieto.
E laggiù, verso Vrigny, che dolcezza lombarda
nei campi, fiera dolcezza dei fanti lombardi
caduti per difendere la strada di Paris,
morti ridendo come muoiono i macaronis.
E laggiù nella valle sotto il Bois des Eclisses,
dov’era il Decimo da Campagna,
(tutti morti, artiglieri e cavalli, intorno ai pezzi roventi)
com’ è dura la creta bianca, dura che spezza i denti
a guardarla, come la creta dei monti di Caserta,
e l’Ardre è come il Volturno
dall’acqua piena d’erba di colore notturno.
oh dappertutto è Italia, oh unica al mondo Italia,
con le tue case le tue vigne i tuoi campi di grano,
oh dappertuto è Italia dove son tombe italiane.
Morire che importa? morire
per il nome mattutino d’Italia.
Ma fossimo almeno caduti sulle rive del Piave,
sulle rupi del Grappa: e non qui, non qui
dove la gente ci dice: Qu’est que vous faites ici.[…]