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Gustav Stepanec

In un opuscolo pubblicato negli anni ’20 a Mantova vengono ricostruite le vicende che hanno interessato il VII° gruppo bombardieri nelle giornate della Battaglia del Solstizio (15-23 Giugno 1918).
In particolare viene descritto il primo scontro a fuoco con le avanguardie austroungariche che inaspettatamente verso le 14 del 15 Giugno scendono da via Cal Longa verso la strada Schiavonesca. Il comando del VII° e XXXIV° gruppo aveva sede presso la casa del Farmacista, e quindi è possibile identificare con precisione il luogo dove avvenne il combattimento durante il quale furono colpiti a morte due soldati austriaci. Di uno dei due fu verificato da un ufficiale italiano il tesserino identificativo che riportava la seguente dicitura: “Gustavo Stepanec Kpl. KK Sturbaom 13 – IV Komp – felpost 291.”
Si tratta quindi di un soldato delle truppe d’assalto austriache. Pur con qualche probabile errore di trascrizione i dati che si possono ricavare potranno essere utili per una identificazione più precisa e accurata della sua identità.
Riguardo alla possibile sepoltura di questo caduto, innanzitutto bisogna dire che pochissimi tra le migliaia di caduti Austroungarici ebbero una sepoltura identificabile. Circa trecento soldati austroungarici furono sepolti nel cimitero militare Guido Alessi di Giavera del Montello, per poi essere traslate negli anni ’30 nel cimitero Austroungarico di Zenson di Piave e infine definitivamente nel cimitero Austroungarico di Cittadella (PD) .

 

Il luogo dello scontro (cortesia P. Zanatta)          Una spilla del 13° sturmbaon

Da IL VII° GRUPPO BOMBARDIERI DURANTE L’OFFENSIVA NEMICA DEL 15 GIUGNO 1918  – pag.1o/12

Potevano dunque essere le 13 circa, quando echeggiarono nella direzione delle prime case di Giavera, colpi di fucileria e di mitragliatrice. Fu allora che gli ufficiali presenti alla sede del Comando dei Gruppi si resero esatto conto della gravità degli avvenimenti e dell’isolamento in cui si trovavano. Giavera era deserta. Non un movimento, non una figura umana all’intorno. Una immobilità di cose piene di squallore e quasi di minaccia. (…) Gli ufficiali impugnarono le loro pistole. L’attesa non fu lunga. forse erano le ore 14 quando fu avvistato sulla strada un soldato. Avanzava disinvoltamente. Indossava la tenuta di tela dei nostri soldati, ma portava sul capo l’elmo austriaco con disco bianco, facilmente ravvisabile anche a distanza. Insospettiti da questo particolare, gli fu intimato a gran voce di fermarsi. Il soldato parve sorpreso da questo segno di vita, ma non obbedì all’intimazione. Questa pertanto gli fu ripetuta, ma senza risultato. Fu sparato un colpo di fucile nella sua direzione, poi un altro: infine l’audace fu preso di mira ed investito da una scarica di tre colpi che lo stesero riverso al suolo. Era appena caduto che altri quattro sbucavano da ripari vicini d’ove s’erano tenuti acquattati, si avvicinavano carponi e ne portavano via il corpo. Si sentivano intanto ventagliate di mitragliatrici avvicinarsi sempre più vicini alla casa e fischi di richiamo correre dalla strada alla campagna (…) Poco dopo faceva la sua comparsa sulla strada in lontananza un gruppetto di quattro o cinque arditi nemici, facilmente riconoscibili per arditi dalla tenuta e dall’armamento. Fu rapidamente deciso un tentativo di aggiramento di questo piccolo nucleo, ed all’uopo il sottotenente Doglioni traversò la strada con tre soldati, portandosi dietro le case opposte al riparo delle quali contava di riuscire inosservatoalle spalle dei nemici. Un’altra squadra intanto (…) usciva sulla strada ed apriva il fuoco di fronte, mentre il sottotenente Apolloni si appostava ad una finestra della sede del Comando dei Gruppi. Uno del nucleo avversario colpito, all’altezza della cantina del 14° artiglieria, cadeva fulminato: gli altri tre si davano alla fuga, riparandosi dietro la casa dove era alloggiato il 175° reparto someggiato  di sanità. Il sottotenente Bonoldi accorreva velocemente presso il caduto e con una rapidissima ricerca ne ricavava l’identità: “Gustav Stepanec Kpl. KK Sturmbaon 13 – IV Komp – Felpost 291.”

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Autieri sul Montello

Una delle pagine meno conosciute della battaglia del Solstizio sul Montello è quella che riguarda gli Autieri, un particolare corpo del nostro esercito che aveva il compito di condurre veicoli e automezzi. Si trattava di un incarico logistico, al servizio dei reparti di combattimento, ma che nel corso della battaglia richiedeva altrettanto coraggio e sangue freddo, come si può comprendere dalle motivazioni delle medaglie e degli encomi solenni assegnati agli autieri impegnati sul Montello nel corso della battaglia del Solstizio, che raccontano di giovani soldati provenienti da ogni parte d’Italia impegnati in ardite e spericolate missioni sulle impervie strade del nostro bosco, alla guida di autoblindo, camion e ambulanze.

 Ascari Umberto, nato a Mirandola in provincia di Modena , autiere della 3° compagnia: “Conduttore di autocarro, benchè fatto segno al tiro nemico, continuò imperterrito il recupero ed il carico delle munizioni, sebbene in circostanze assai difficili “– Montello giugno 1918

Bigatti Pietro nato a Crescenzago in provincia di Milano, autiere della terza compagnia automobilisti: “Venuto a conoscenza che due autocarri del proprio autoreparto, rimasti in mano al nemico, si trovavano in condizione da poterne essere tentato il recupero, spingevasi volontario, con altri militari fino alla linea delle vedette, dando esempio di ardimento e di abnegazione” – Montello, giugno 1918

Della Porta Ardicino, nato a Gubbio in provincia di Perugia
“Pur essendo ferito, non abbandonò l’autocolonna munizioni finchè non ne fu compiuto lo scaricamento” – Montello 20-22 giugno 1918

Ferrari Riccardo, nato a Verona Tenente del 3° autoparco del 55° autoreparto. « Comandante di autocolonna munizioni, benché ferito e contuso, portava a buon fine l’incarico affidatogli dando ai suoi dipendenti fulgido esempio di coraggio. sangue freddo ed esemplare abnegazione. – Cusignana, 17 giugno 1918 ».

Guindani Ettore, nato a Soresina in provincia di Cremona, Autiere del 110° autodrappello. « Conduttore di autovettura trasportante in giornata di combattimento gli ufficiali di maggior grado di un comando di divisione, colpito gravemente alla spalla destra da una palletta di shrapnel il cui scoppio investiva la vettura, con calma esemplare e dando bella prova di forza di carattere e d’elevato sentimento del dovere, non cedeva il suo posto al meccanico se non dopo che, spento il motore e serrati i freni, fu sicuro che la vettura si fosse arrestata. -Arcade, 19 giugno 1918 ».

Napitelli Giovanni, 25 anni, nato ad Alessandria, autiere della sezione sanità: “con l’autolettiga percorreva con fermezza d’animo strada intensamente battuta dal nemico, pur di riuscire a portarsi presso i feriti da raccogliere” – Montello – 19/24 giugno 1918

Paracciani Giovanni Battista, nato a Santa Fiora (Grosseto) il 19 aprile 1892
Tenente 3’ squadriglia automitragliatrici blindate. « Benché ferito alla mano sinistra, volontariamente si offerse per ricuperare un’automitragliatrice a pochi passi dallo sbarramento nemico, e, sotto violento, fuoco avversario, si portò, assieme a due militari, fino alla macchina immobilizzata, riuscendo a far riparare, dopo circa quattro ore di pericoloso lavoro, il motore, riportandola nelle linee.- S. Andrea di Nervesa, 21 giugno 1918 ». B.U. Dispensa 12′ del 28 febbraio 1919.

Frezzato Fortunato, nato a Loreo (Rovigo) Autiere 3′ squadriglia automitragliatrici blindate. « Volontariamente si offerse per il ricupero di un’automitragliatrice rimasta immobilizzata a pochi passi da uno sbarramento nemico. Sotto vivo fuoco avversario si portò
sul posto, assieme al proprio ufficiale e ad altro militare, coaudiuvando coraggiosamente, per circa quattro ore di pericoloso lavoro, finche la macchina fu riportata nelle nostre linee.–S.Andrea di Nervesa, 21 giugno 1918 ». B.U. Dispensa 12’ del 28 febbraio 1919.

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La misteriosa morte del generale Von Bolzano

Heinrich Edler BolzanoVon Kronstatt
Nato il 14 Agosto 1868 in Boemia, generale della 13a e 25a Brigata Schutzen morto il 17 Giugno 1918 sul Montello, sepoltura ignota.

Einrich Edler Bolzano Von Kronstatt arriva sul Piave alla fine del 1917 dopo una brillante carriera militare che lo ha portato al grado di Maggiore Generale, al comando della 13° e 25° brigata Schutzen. Il mattino del 17 Giugno, sul Montello, nel pieno svolgimento della battaglia del Solstizio, apparentemente senza motivo il generale Von Bolzano abbandona le sue linee, da solo o secondo alcune versioni accompagnato da un attendente, e si inoltra verso le linee italiane. Qui è colpito a morte, con modalità ancora poco chiare, tanto che la sua uccisione è rivendicata da più parti.

Cosa è successo al Generale Von Bolzano?
La verità è probabilmente quella riportata in un rapporto della 25° brigata Schutzen citato da uno storico trevigiano: M. Bernardi, Di qua e di là dal Piave, Milano, Mursia, 1989 

“Il Generale Von Bolzano è probabilmente rimasto vittima di una confusione mentale e caduto, incapace di intendere e di volere…”.

Ancora Bernardi riporta il fatto che nel 1950 gli archivi militari austriaci ribadiscono che

“ dopo approfondito esame del caso, gli atti ufficiali della Guerra 1914-1918 non sono sufficienti per supporre la causa di morte diversa da quella della confusione mentale.”

Una morte quindi forse poco eroica, ma emblematica della complessità della guerra e della reazione di tutti gli uomini di fronte al dolore e alla paura, e che ha reso ancor più misteriosa e affascinante la figura del Generale Von Bolzano, del quale rende uno splendido ritratto Andrea Molesini nel pluripremiato romanzo Non tutti i bastardi sono di Vienna.
Dopo la morte il Generale fu sepolto nel cimitero militare Guido Alessi di Giavera, ma con lo smantellamento del cimitero si sono perse le tracce della sua sepoltura. Lasciando ancora una volta aperta la strada a chi voglia approfondire la sua dolorosa e umanissima storia.

A. Molesini,  Non tutti i bastardi sono di Vienna  Sellerio 2010

La sala era fumosa. La canna del camino non veniva pulita da mesi. La rotta di Caporetto si era portata via molti mestieri e la loro mancanza si faceva sentire in tante piccole cose. La zia accennò un colpo di tosse, accolto dagli educati sorrisi del barone e del generale Bolzano, che faceva il suo primo ingresso alla villa.
Il generale era un uomo ben piantato, occhi pallidi, voce chiara. Era quasi calvo, portava guanti grigi di pelle scamosciata. Anche dentro aveva qualcosa di grigio, qualcosa che gli scivolava fuori dagli occhi e metteva tristezza in chi lo guardava. E i suoi occhi erano dappertutto. Mi affascinò subito. Riservò a me e alla zia una lunga occhiata, sentiva il nostro imbarazzo, capiva il disagio di sentirsi ospiti del nemico nella casa della propria stirpe, e sapeva – oh sì, lui lo sapeva – che quell’oltraggio non sarebbe durato. Quando portò alle labbra la mano della zia non fu solo la sua testa ad inchinarsi: “Madame, vi prego di credere che la mia gratitudine per la vostra pazienza non è dettata solo da obblighi di cortesia”.
“Le vostre parole, generale, mi toccano davvero” disse la zia fra lo stupore di tutti “perché anche voi, come me, vivete in un mondo che non c’è più”. Ritrasse la mano e gli fece un gran sorriso.
Il generale fece un passo indietro, si irrigidì battendo i tacchi e, guardandola negli occhi, annuì.

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Giuseppe Gramigni

Sono tante le persone appassionate che abbiamo incontrato, quasi sempre virtualmente negli anni cercando le storie dei caduti del Montello. E’ il caso ad esempio di Elisa Fiorelli, che in Toscana si è occupata di Grande Guerra con ricerche e mostre, e che cura una interessante e ricca pagina facebook  Ricordi della Grande Guerra 1914-1918  e che ci  racconta la storia di un fante caduto sul Montello, Giuseppe Gramigni:

Giuseppe Gramigni di Raffaello Gramigni e Maria Bellini

Nato a Vitigliano (Frazione di Vicchio – FI) il 5 Dicembre 1899 in una famiglia contadina. Tutti lo chiamavano affettuosamente Pino. Aveva imparato a scrivere da solo, non potendo andare a scuola. Come tutti i ragazzi del’99, fu richiamato alle armi in seguito alla disfatta di Caporetto ed inviato a riempire le fila dell’esercito che aveva subito perdite gigantesche. Alcuni reggimenti furono addirittura ricostituiti interamente. Pino, alla fine del’17, fu inviato a riempire le fila del 7°Reggimento Fanteria “Cuneo” che si trovava nelle trincee del Massiccio del Grappa, precisamente sul Monte Pertica. Cima aspramente contesa nel Novembre del 1917, le cui linee opposte distavano più o meno 30 metri. Tornò in licenza a casa una sola volta, dove fece sapere che si trovava sul Monte Grappa. Nei primi mesi del ’18 fu trasferito nel 74°Reggimento Fanteria “Lombardia”, che si trovava schierato sempre sul Grappa, ma nel settore Est, sui Monti Solaroli. All’inizio di Giugno il 74°Reggimento fu inviato a riposo a Treviso, ma pochi giorni dopo, il 15 giugno, iniziò su tutto il fronte l’Offensiva Austriaca passata alla storia come Battaglia del Solstizio. Il 19 Giugno 1918, il 74° Fanteria, senza il supporto dell’artiglieria fu mandato in contro alle trincee Austriache nella località “Casa Serena” tenute dagli Ussari Ungheresi della brigata Heinlein. La zona era disseminate da nidi di mitragliatrice. Alle 13:00, Pino con i Fanti del 74°Reggimento, fu mandato allo sbaraglio: “era del tutto mancato il tempo necessario a un orientamento sul terreno e a una presa di contatto con i reparti già schierati, con gravi conseguenze ed errori nella individuazione delle località e di posizioni”. Poi, fallito l’attacco dove la Brigata Lombardia subì numerose perdite, alle 20 con l’ordine tassativo e “minaccioso di gravissimi provvedimenti”, fu ripetuto nuovamente il tentativo di prendere “Casa Serena”. In uno di questi due assalti, Pino, lasciò la sua vita. Oggi dovrebbe riposare nell’Ossario del Montello, ma benché non risulti fra i dispersi non c’è il suo nome.

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Walter Richardson

Nel settembre del 2017 ho avuto l’onore di accompagnare Susan e David Walker nella visita alla tomba del nonno di Susan, Walter Richardson presso il Giavera British Cemetery.

Susan e David Walker

Susan mi ha raccontato che quando suo nonno è morto in guerra in Italia suo padre Albert aveva solo sette anni. Lei ricorda bene che per tutta la sua vita Albert non ha mai voluto parlare di questo né ha mai visto un film di guerra al cinema o in televisione. Mi ha detto anche che lei è stata la prima componente di tutta la famiglia Richardson a visitare la tomba di Walter, 100 anni dopo la sua morte. Assieme abbiamo visitato anche Crocetta del Montello, dove Walter è morto e dove si trovava la sua sepoltura provvisoria, prima del trasferimento della sua salma al Giavera British Cemetery. Qualche mese dopo mi ha inviato la storia di suo nonno, corredata di foto e documenti, che pubblico qui in versione originale, ma che voglio brevemente riassumere per i lettori che non hanno grande dimestichezza con la lingua  inglese.

Walter Richardson

Walter è nato nel gennaio del 1890 a Swinefleet, nello Yorkshire, sesto figlio di Walter Edwin e Mary Ann Richardson. Nel 1912 sposò Eva Annie Ibbetson dalla quale ebbe quattro figli: Albert, Tom, Sid e Fred, concepito durante una licenza, che nacque appena una settimana prima della morte di Walter. Nel 1916 fu arruolato nel reggimento dei Kings Own Yorkshire Light Infantry. Combattè nelle Fiandre, in Francia e infine in Italia dove morì l’8 dicembre 1917

WALTER RICHARDSON (By Susan Walker)

Walter Edwin Richardson and his wife Mary Ann              

Walter and his wife Eva Annie Ibbetson and their sons Albert and Tom

Walter was born in January 1890 on High Street, Swinefleet, the fourth of 6 children of Walter Edwin and Mary Ann Richardson, four of whom were boys all destined to serve in the Forces in the Great War when the time came. He was christened on 13 February 1890 at Swinefleet Methodist Chapel. In the 1891 Census he lived at 57 High Street, Swinefleet aged 1 with his parents Walter Edwin, (32), a hairdresser and fruiterer, his mother Mary Ann, (30), the fruit shopkeeper, and his siblings Charles Edwin (3), Mary E(10) and George (11). By 1901 he was 11 and had acquired 2 more siblings, Harold (9) and Hilda Cecilia (6). His father was now a hairdresser and big brother George was the Greengrocer. Mary was also working – as a general domestic servant.
In 1911 he was 21, a farm labourer, his father was now the Postman and Rural Messenger, his mother was a housewife, Charles was a labourer, Harold an apprentice blacksmith, and Hilda a housemaid at home. George and Mary had left home. There had been 11 children born alive to the Richardsons, of whom sadly only 6 were still living.
Unfortunately this was to be the last census Walter was recorded in. A year later on 12 October 1912 he married Eva Annie Ibbetson who lived at Cavil’s yard further along the High Street with her parents and baby Albert, my father, born 1910. In 1913, Tom was born, followed by Sid in 1915. Later that year, on17 December, he enlisted with the Kings Own Yorkshire Light Infantry at Goole, and joined the colours in March 1916, his rank being a Private and his Service No. 28103. He served with the 7th, 8th and 9th Battalions. His service record hasn’t been found but he appears to have survived active service in France and Flanders and then in November 1917 the 8th Battalion was transferred to northern Italy to help defend the Italian front near the Austrian border. On 4 December the XI and XIV Corps relieved the Italians on the Montello sector of the Piave front. The Montello sector acted as a hinge to the whole Italian line, joining the portion facing north from Mount Tomba to Lake Garda with the defensive line of the River Piave. The Commonwealth troops, although not involved in any large operations, had to carry out continuous patrol work across the River Piave, as well as much successful counter battery work later on. Italy must have seemed like a welcome relief to the British, compared with the Western Front. However, Italy was not without its dangers and on 8th December, after only 4 days, Walter lost his life.
Back at Swinefleet, his mother had a premonition of his death when a picture fell off the wall. Shortly afterwards his widow received 2 letters on the same day, one from him to say he was fine and the other from his Commanding Officer to say he had been killed. An article in the Goole Times records the dreaded letter: “Dear Madame, It is with regret I write this letter, informing you of your husband’s death. I am sorry to say he was killed outright on December 8th. I have taken the liberty of taking two cards and a cap badge from his pocket, as I thought you would like them as mementos. Please accept this letter as a token of respect from his platoon and myself. If I can give you any more details I should be only too pleased. H G Houchin, Capt. C. O. A. Company”.

A letter of the war office about Walter’s grave

One of his pals who later returned to Swinefleet told them Walter had been wounded in the neck. Tragically four young boys under 7 had to grow up without a father and Walter never got to see his fourth son Fred who was only a week old when he was killed.

My father was just 7 when it happened and he could never talk about it or watch a war film for the rest of his life.
The Richardsons were a religious family and a memorial service was held for him in Swinefleet Church. They had some Bible bookmarks in white satin printed for loved ones to keep in his memory. The service was reported in the Goole Times on 25 January 1918:
“A memorial service was held in Swinefleet Parish Church on Sunday last for Pte. Walter Richardson. The deceased was killed in action whilst fighting in Italy. There was a large congregation present including a detachment of the Swinefleet Volunteers. Amongst the chief mourners were:- Mrs W Richardson, wife of the deceased, Mr and Mrs W E Richardson, Mr na Mrs J B Ibbetson, Miss H Richardson and company of members of the club that the deceased belonged tol The Rev. G H Newton BA officiated at the service and chose for his text St. Paul’s epistle to the Thessalonians, chapter 4 verses 14 and 18.”
Walter’s death is recorded on a Brass Memorial inside Swinefleet church, on Swinefleet War Memorial and also on his parents’ grave in Swinefleet cemetery.

Swinefleet War Memorial

Walter first burial in Crocetta Trevigiana

On 20 June 1917, while in actual service, he had handwritten and signed a will leaving everything to his wife in the event of his death.
The following year Eva was granted a payment from the Army of £4.15.1 and on 19 November 1919, a War Gratuity of £7. Walter was awarded the British War Medal and the Victory Medal posthumously
In July 1918, Eva, my grandmother had received a letter from the War Office in reply to her query, telling her that Walter was buried in Old Farm British Cemetery, Crocetta Trevigiana, Italy and that his grave was marked by a durable wooden cross bearing his name, rank, regiment and date of death, of which a photo would be sent as soon as possible. The village of Crocetta Trevigiana changed its name in 1928 to Crocetta del Montello on orders of Mussolini to honour the soldiers who died there. From 1919 his grave is in Giavera British Cemetery, Arcade, Plot 1, Row E, Grave 2. The headstone was inscribed with a text suggested by his widow: “Gone from a world of sorrow to a home of perfect peace” in answer to a request by letter from the War Office. I visited the beautiful little cemetery in late September 2017 and found it to be indeed “a home of perfect peace”. The Piave river is now a sacred river in Italy in memory of those who died there.

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Il suicidio di Eligio Porcu

Nato il 13 Dicembre 1894 a Quartu Sant’Elena (CA), capitano del 45° reggimento di fanteria, morto il 16 Giugno 1918 sul Montello.

Il capitano Eligio Porcu, nato il 13 Dicembre 1894 a Quartu Sant’Elena, in provincia di Cagliari, morì sul Montello il 16 Giugno 1918. Le circostanze della sua morte sono ricordate nella motivazione della medaglia d’Oro che gli fu assegnata nel 1919.

“… Ferito ad una gamba e circondato dai nemici, per non cadere vivo nelle loro mani, si toglieva la vita con serena fierezza, opponendo alle ingiunzioni di resa il suo ultimo grido di “Viva l’Italia”.

Quindi non una morte in combattimento, per mano del nemico, ma una scelta, estrema, quella del suicidio,  che trova molti riscontri nella storia dell’antichità e che, fuor di retorica, colloca la vicenda del Capitano Porcu tra quelle che non ci parlano solo di uno specifico episodio bellico, ma ci fanno riflettere sull’uomo, sulla sua natura  e sul suo destino. Ecco quindi che una scelta così forte e controversa lega la storia della Battaglia del Solstizio con la guerra Giudaica e il suicidio di massa di Masada,  con la Morte di Annibale raccontata da Cornelio Nepote o la morte di Saul narrata dalla Bibbia nel libro delle Cronache.

 

(Flavio Giuseppe – Guerra Giudaica)

“Uomini valorosi, avendo noi deciso da lungo tempo di non servire nè ai Romani nè a nessun altro, salvo che a Dio, adesso è giunto il tempo di mettere in pratica il nostro proposito.  In questa occasione non dobbiamo disonorarci da noi stessi, noi che nel passato non tollerammo una schiavitù immune da pericolo, e che ora dovremmo accettare insieme con la schiavitù inesorabili vendette, se cadessimo vivi in potere dei romani; poichè, come fra tutti fummo i primi a ribellarci, siamo anche gli ultimi a combattere contro di loro. Credo, inoltre, che da Dio ci sia stata elargita questa grazia, di poter cioè morire con nobiltà e in libertà: ciò non fu concesso ad altri. Per domani ci attende l’inevitabile cattura, oppure la libera scelta di una morte gloriosa assieme ai nostri cari: noi, infatti, non possiamo ormai vincere i nemici in combattimento e i Romani, che bramano catturarci vivi, non possono che propiziarci questo onorevole destino”.

 

(Cornelio Nepote – Vita di Annibale)

“ Annibale infatti in un sol luogo aveva dimora, in un castello che gli era stato dato in dono dal re e che aveva edificato in modo tale che in tutte le parti avesse delle uscite, temendo naturalmente che accadesse quello che in realtà avvenne. Qua giunsero gli inviati dei Romani e circondarono con gran moltitudine d’uomini la sua casa; un servo che osservava da una porta disse ad Annibale che si vedeva più gente del solito ed armata. Egli allora gli ordinò di fare il giro di tutte le porte dell’edificio e di riferirgli prontamente se fosse assediato alla stessa maniera da tutte le parti. Avendogli il servo prontamente riferito che cosa avveniva e mostrato che tutte le uscite erano bloccate, capì che questo non era avvenuto per caso ma che si cercava proprio lui e che per lui era giunta ormai l’ora di morire. E per non lasciare la sua vita all’arbitrio di altri, memore delle antiche virtù, prese il veleno che era solito portare sempre con sé”.

(Sacra Bibbia – Cronache, 1-10)

 “I Filistei attaccarono Israele; gli Israeliti fuggirono davanti ai Filistei e caddero, colpiti a morte, sul monte Gelboe. 2 I Filistei inseguirono molto da vicino Saul e i suoi figli e uccisero Giònata, Abinadàb e Malchisùa, figli di Saul. 3 La battaglia si riversò tutta su Saul; sorpreso dagli arcieri, fu ferito da tali tiratori. 4 Allora Saul disse al suo scudiero: «Prendi la spada e trafiggimi; altrimenti verranno quei non circoncisi e infieriranno contro di me». Ma lo scudiero, in preda a forte paura, non volle. Saul allora, presa la spada, vi si gettò sopra. 5 Anche lo scudiero, visto che Saul era morto, si gettò sulla spada e morì. 6 Così finì Saul con i tre figli; tutta la sua famiglia perì insieme. 7 Quando tutti gli Israeliti della valle constatarono che i loro erano fuggiti e che erano morti Saul e i suoi figli, abbandonarono le loro città e fuggirono. Vennero i Filistei e vi si insediarono”.

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Cosimo e Salvatore Marinucci. Da Sulmona al Montello

Tra le tante suggestive storie legate alle vicende dei soldati che da tutta l’Italia sono venuti sul Montello per combattere mi è capitato di incrociare la singolare vicenda di due fratelli, Cosimo e Salvatore Marinucci, di Sulmona, che mi è stata raccontata da un altro Salvatore Marinucci, professore di matematica in una scuola media di Sulmona, che ha voluto in occasione del centenario della Grande Guerra portare i suoi studenti nei luoghi dove i suoi prozii avevano combattuto.

Salvatore, il fratello maggiore, era in guerra già da qualche anno, arruolato nel corpo dei Lancieri di Firenze, mentre Cosimo, il fratello minore, ragazzo del ’99 era appena stato arruolato con la brigata Bologna, 39° reggimento di fanteria. Nel giugno del 1918 il destino ha portato i due fratelli ad incrociarsi, o perlomeno a sfiorarsi, nel corso della battaglia del Solstizio sul Montello. Il reggimento dei Lancieri di Firenze è stato protagonista sul Montello di un episodio entrato nel mito, la carica a cavallo portata contro le avanguardie austroungariche che il 15 giugno 1918, primo giorno della battaglia, avevano raggiunto l’abitato di Giavera, dopo aver attraversato in una frenetica e dirompente avanzata tutta la collina. La brigata Bologna era giunta di rincalzo il 16 giugno, e ben presto gettata nella mischia nel settore occidentale della collina, nella zona dell’avamposto di casa Serena. Lì il giovane Cosimo aveva trovato la morte, e tante e tali furono le perdite italiane che il suo corpo non poté essere identificato, ed ora riposa con gli ignoti nel sacrario di Nervesa. Salvatore invece sopravvisse alla guerra, si sposò ed ebbe dei figli, e così la sua storia e quella del povero Cosimo ha potuto essere ricordata.

                    

 Cosimo Marinucci                        Salvatore Marinucci e il suo cavallo Ghiro

Così ho immaginato il loro incontro nelle pagine del libro Nove Giorni:

Quel pomeriggio Salvatore Marinucci, lanciere del III° reggimento Firenze, si era diretto fiducioso verso Montebelluna.
Un telegrafista suo concittadino lo aveva informato che il 39° era arrivato in zona quella mattina ed era stato posto in riserva. Sperava di poter incontrare il fratello Cosimo arruolato con la classe del ‘99 e da qualche mese sotto le armi nella brigata Bologna.
Non lo vedeva dall’ultima volta in cui era sceso a Sulmona in licenza, otto mesi prima.
Dopo l’azione del giorno prima a Giavera, quando i lancieri avevano caricato gli austriaci davanti all’albergo Agnoletti, era riuscito ad ottenere un permesso di qualche ora. Non appena arrivò al comando del 39° assicurò il cavallo ad un albero e cominciò a chiedere a chiunque incontrasse del fratello.
Dopo un po’ si sentì chiamare: “Marinucci, Marinucci”.
Era Giovanni Landolfi, anche lui di Sulmona, che gli correva incontro agitando le braccia.
“Caro Giovanni, come stai? Che piacere vederti! Sto cercando mio fratello.”
“Io sto bene. Ma tu raccontami di ieri, tutto il reggimento parla della vostra carica! Dicono che avete salvato il corpo d’armata, che senza di voi avrebbero sfondato a Giavera”
“Si certo, adesso ti racconto tutto, ma prima portami da Cosimo.”
Poi lo vide. Stava scaricando un camion di munizioni con altri soldati. Quando si sentì chiamare Cosimo riconobbe la voce e si voltò sorpreso. Il suo volto si aprì in un sorriso e corse ad abbracciare il fratello.
Salvatore, turbato, lo scostò da sé, e per togliersi dall’imbarazzo gli ordinò con tono marziale: “Soldato Marinucci, si faccia guardare!”
Nonostante la divisa Cosimo sembrava ancora il ragazzo che aveva lasciato a Sulmona: aveva la faccia da bambino, senza barba com’era, con solo una peluria bionda che gli segnava il labbro superiore e gli occhi grandi incavati dalle profonde occhiaie segno delle notti insonni delle ultime giornate di trasferimenti. Le mani erano invece da uomo: mani grandi, lunghe e affusolate, ormai pronte per impugnare un fucile o per toccare una donna.
“Allora, raccontaci della carica!” tornò a chiedere con insistenza Landolfi non appena furono terminati i convenevoli.
“Si! Racconta” si unì al coro Cosimo.
“Quando siamo arrivati a Giavera ieri pomeriggio, c’era il deserto. Al comando del VII° bombardieri ci hanno detto che una pattuglia era arrivata fino allo stradone, ma poi erano tornati indietro. Ne avevano ammazzato uno, che era ancora là in mezzo alla strada. Erano truppe d’assalto della 13a Schutzen. Abbiamo proseguito al trotto ancora per qualche centinaio di metri, senza incontrare nessuno. Poi, a cento metri dall’albergo Agnoletti, abbiamo sentito rumore di vetri che si rompevano, e una sedia è volata fuori dalla finestra del primo piano e si è schiantata sulla piazza.
Dalla porta della locanda sono usciti tre austriaci con delle sporte in mano. Quando ci hanno visti ci hanno guardato stupiti per un attimo, poi si sono messi ad urlare e sono scappati.
Il tenente ha ordinato la carica, mentre dalle altre case della piazza continuavano ad uscire austriaci.
Abbiamo caricato a fondo, e ne abbiamo steso qualcuno. Poi hanno cominciato a spararci con una mitragliatrice che avevano piazzato in fondo alla strada, allora siamo scesi da cavallo e ci siamo messi in difensiva dietro un muro, finché sono arrivate due automitragliatrici e un plotone della Tevere. Ma ormai gli austriaci si erano ritirati più in alto.”
“Tutto qui?” domandò deluso Cosimo.
“Cosa ti aspettavi?” rispose ridendo Salvatore.
Poi si fece serio.
“Il Montello non è posto da cavalleria. Adesso ci fanno arretrare di cinque chilometri per essere pronti a manovrare e a caricare se scendono in pianura, che Dio non voglia. Tocca a voi della fanteria andare su a scacciarli ad uno ad uno”.
Guardò i due ragazzi inorgogliti fare a gara a proclamare che loro erano pronti, e che gli austriaci avevano fatto male i conti se pensavano di trovare lo stesso esercito di Caporetto, e cose del genere. Poi smise di ascoltarli e pensò a sua madre, che aveva trovato invecchiata quando era sceso in licenza ad ottobre.
“Quando finirà la guerra Salvatore?” Gli aveva chiesto preoccupata.
“Presto mamma” aveva risposto.
“Prima che richiamino Cosimo?”
“Penso di sì”, le aveva mentito.

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Poppies where blood was shed

In questo periodo cominciano a spuntare ovunque nei campi e lungo le strade i papaveri. Questi fiori spontanei, rustici e fragili allo stesso tempo sono diventati nel mondo anglosassone il simbolo del ricordo dei caduti di tutte le guerre.

Da dove nasce questa suggestione? Probabilmente da una poesia scritta il 3 maggio 1915 all’inizio della Grande Guerra da un ufficiale Canadese, John McCrae, impegnato nei combattimenti nelle Fiandre che la scrisse in memoria di un compagno caduto in battaglia.

In Flanders fields the poppies blow
Between the crosses, row on row,
That mark our place; and in the sky
The larks, still bravely singing, fly
Scarce heard amid the guns below.

We are the Dead. Short days ago
We lived, felt dawn, saw sunset glow,
Loved and were loved, and now we lie
In Flanders fields.

Take up our quarrel with the foe:
To you from failing hands we throw
The torch; be yours to hold it high.
If ye break faith with us who die
We shall not sleep, though poppies grow
In Flanders fields.

La popolarità del testo di McCrae divenne tale che ben presto molti altri utilizzarono il simbolo dei poppies in relazione alla guerra.

In un libro di memorie sulle sue esperienze della Grande Guerra dal titolo Red Poppies David Rhodes Spark, ufficiale statunitense inviato in Francia nel corso della Prima Guerra Mondiale, riporta nell’introduzione un articolo del Chicago Tribune che parla del rapporto tra i papaveri e la guerra:

“Apparentemente c’è una strana relazione tra i campi di battaglia e i fiori spontanei. Macaulay racconta come dopo la battaglia di Landen, nei paesi Bassi, nel 1693, tra l’esercito francese e quello inglese guidato da Re William III, dove più di ventimila uomini furono lasciati insepolti nel terreno, l’anno seguente dal suolo proruppero milioni su milioni di papaveri scarlatti, che coprirono l’intero campo di battaglia come se fosse un grande foglio ricco di sangue. Una simile circostanza è riportato sia successa 120 anni dopo nella stessa regione, dove nell’estate dell’anno che seguì la vittoria di Waterloo l’intero campo di battaglia fu coperto da papaveri scarlatti. Lo stesso fiorire di papaveri scarlatti nei campi di battaglia, qualche mese dopo la battaglia, sta avendo luogo in Francia durante questa guerra”

La stessa suggestione è proposta in un articolo di un giornale inglese del 1916:

“Uno strano fenomeno riscontrato nei campi di battaglia della Francia Settentrionale è l’abbondanza di papaveri. Tutte le strade sono circondate da vasti tratti coperti dai fiori rossi, il che dà l’impressione che il sangue versato nell’autunno e nell’inverno scorsi sia tornato ancora in superficie. In ogni caso, afferma l’Evening Standard, questa è la credenza diffusa tra i contadini delle zone dove si sono svolte le battaglie solo pochi mesi fa; ma la vera spiegazione è che i papaveri crescono con il grano, così come le campanule si mescolano con il granoturco in Russia, e quest’anno i papaveri hanno usurpato tutto lo spazio.”

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Giuseppe Ferrino Eroe per caso

Il 12 Luglio 1913 a Roma si giocava la finale del campionato italiano di calcio tra la Società Podistica Lazio e la squadra piemontese del Casale Monferrato, il football Club Casale. Il Casale, che ha vinto senza difficoltà il campionato regionale, schiera un formidabile tridente d’attacco composto da Cavasonza, Caire e Gallina II°. Tuttavia, nell’imminenza della partenza per Roma Gallina II° è costretto a rinunciare alla trasferta per motivi di studio. Studente al Politecnico di Torino, non può rinviare un importante esame. E così, all’ultimo momento, viene convocato al suo posto un attaccante della seconda squadra, Giuseppe Ferrino. Nato a Pontestura in provincia di Alessandria il 12 Settembre 1890, Giuseppe è un attaccante veloce ma tecnicamente modesto. E così sono rare le sue apparizioni nella prima squadra, dopo l’esordio del 3 Marzo 1912 all’Arena Civica di Milano contro l’Unione sportiva Milanese. Tuttavia non si lascia sfuggire l’occasione e contribuisce con un goal al successo della sua squadra che conquista così il primo e unico storico scudetto del Casale Football Club. Dopo il successo di Roma Giuseppe prende definitivamente posto in prima squadra, ma presto la Guerra irrompe nella sua vita e in quella di tutti gli italiani. La classe del 1890 è tra le prime ad essere richiamate, e Giuseppe Ferrino viene arruolato e assegnato al 5° reggimento di artiglieria da Campagna. Esce indenne da oltre tre anni di conflitto ma il 4 Ottobre 1918, ad un solo mese dalla fine della guerra, il suo pezzo d’artiglieria posizionato nei pressi di Giavera viene centrato da una granata. Finisce così, a 28 anni, la sua breve vita.  Se un giorno vi capiterà di visitare il sacrario dei caduti del Montello, l’Ossario di Nervesa, fermatevi un momento a salutarlo. La sua lapide è vicina all’ingresso, appena dentro, sulla sinistra.C’è scritto solamente Soldato Ferrino Giuseppe. Ogni volta che ci vado mi viene voglia di aggiungere col pennarello Campione d’Italia.

n.d.a: La foto e le informazioni su Giuseppe Ferrino sono state fornite dal signor Ramezzana di Casale Monferrato