Cosimo e Salvatore Marinucci. Da Sulmona al Montello

Tra le tante suggestive storie legate alle vicende dei soldati che da tutta l’Italia sono venuti sul Montello per combattere mi è capitato di incrociare la singolare vicenda di due fratelli, Cosimo e Salvatore Marinucci, di Sulmona, che mi è stata raccontata da un altro Salvatore Marinucci, professore di matematica in una scuola media di Sulmona, che ha voluto in occasione del centenario della Grande Guerra portare i suoi studenti nei luoghi dove i suoi prozii avevano combattuto.

Salvatore, il fratello maggiore, era in guerra già da qualche anno, arruolato nel corpo dei Lancieri di Firenze, mentre Cosimo, il fratello minore, ragazzo del ’99 era appena stato arruolato con la brigata Bologna, 39° reggimento di fanteria. Nel giugno del 1918 il destino ha portato i due fratelli ad incrociarsi, o perlomeno a sfiorarsi, nel corso della battaglia del Solstizio sul Montello. Il reggimento dei Lancieri di Firenze è stato protagonista sul Montello di un episodio entrato nel mito, la carica a cavallo portata contro le avanguardie austroungariche che il 15 giugno 1918, primo giorno della battaglia, avevano raggiunto l’abitato di Giavera, dopo aver attraversato in una frenetica e dirompente avanzata tutta la collina. La brigata Bologna era giunta di rincalzo il 16 giugno, e ben presto gettata nella mischia nel settore occidentale della collina, nella zona dell’avamposto di casa Serena. Lì il giovane Cosimo aveva trovato la morte, e tante e tali furono le perdite italiane che il suo corpo non poté essere identificato, ed ora riposa con gli ignoti nel sacrario di Nervesa. Salvatore invece sopravvisse alla guerra, si sposò ed ebbe dei figli, e così la sua storia e quella del povero Cosimo ha potuto essere ricordata.

                    

 Cosimo Marinucci                        Salvatore Marinucci e il suo cavallo Ghiro

Così ho immaginato il loro incontro nelle pagine del libro Nove Giorni:

Quel pomeriggio Salvatore Marinucci, lanciere del III° reggimento Firenze, si era diretto fiducioso verso Montebelluna.
Un telegrafista suo concittadino lo aveva informato che il 39° era arrivato in zona quella mattina ed era stato posto in riserva. Sperava di poter incontrare il fratello Cosimo arruolato con la classe del ‘99 e da qualche mese sotto le armi nella brigata Bologna.
Non lo vedeva dall’ultima volta in cui era sceso a Sulmona in licenza, otto mesi prima.
Dopo l’azione del giorno prima a Giavera, quando i lancieri avevano caricato gli austriaci davanti all’albergo Agnoletti, era riuscito ad ottenere un permesso di qualche ora. Non appena arrivò al comando del 39° assicurò il cavallo ad un albero e cominciò a chiedere a chiunque incontrasse del fratello.
Dopo un po’ si sentì chiamare: “Marinucci, Marinucci”.
Era Giovanni Landolfi, anche lui di Sulmona, che gli correva incontro agitando le braccia.
“Caro Giovanni, come stai? Che piacere vederti! Sto cercando mio fratello.”
“Io sto bene. Ma tu raccontami di ieri, tutto il reggimento parla della vostra carica! Dicono che avete salvato il corpo d’armata, che senza di voi avrebbero sfondato a Giavera”
“Si certo, adesso ti racconto tutto, ma prima portami da Cosimo.”
Poi lo vide. Stava scaricando un camion di munizioni con altri soldati. Quando si sentì chiamare Cosimo riconobbe la voce e si voltò sorpreso. Il suo volto si aprì in un sorriso e corse ad abbracciare il fratello.
Salvatore, turbato, lo scostò da sé, e per togliersi dall’imbarazzo gli ordinò con tono marziale: “Soldato Marinucci, si faccia guardare!”
Nonostante la divisa Cosimo sembrava ancora il ragazzo che aveva lasciato a Sulmona: aveva la faccia da bambino, senza barba com’era, con solo una peluria bionda che gli segnava il labbro superiore e gli occhi grandi incavati dalle profonde occhiaie segno delle notti insonni delle ultime giornate di trasferimenti. Le mani erano invece da uomo: mani grandi, lunghe e affusolate, ormai pronte per impugnare un fucile o per toccare una donna.
“Allora, raccontaci della carica!” tornò a chiedere con insistenza Landolfi non appena furono terminati i convenevoli.
“Si! Racconta” si unì al coro Cosimo.
“Quando siamo arrivati a Giavera ieri pomeriggio, c’era il deserto. Al comando del VII° bombardieri ci hanno detto che una pattuglia era arrivata fino allo stradone, ma poi erano tornati indietro. Ne avevano ammazzato uno, che era ancora là in mezzo alla strada. Erano truppe d’assalto della 13a Schutzen. Abbiamo proseguito al trotto ancora per qualche centinaio di metri, senza incontrare nessuno. Poi, a cento metri dall’albergo Agnoletti, abbiamo sentito rumore di vetri che si rompevano, e una sedia è volata fuori dalla finestra del primo piano e si è schiantata sulla piazza.
Dalla porta della locanda sono usciti tre austriaci con delle sporte in mano. Quando ci hanno visti ci hanno guardato stupiti per un attimo, poi si sono messi ad urlare e sono scappati.
Il tenente ha ordinato la carica, mentre dalle altre case della piazza continuavano ad uscire austriaci.
Abbiamo caricato a fondo, e ne abbiamo steso qualcuno. Poi hanno cominciato a spararci con una mitragliatrice che avevano piazzato in fondo alla strada, allora siamo scesi da cavallo e ci siamo messi in difensiva dietro un muro, finché sono arrivate due automitragliatrici e un plotone della Tevere. Ma ormai gli austriaci si erano ritirati più in alto.”
“Tutto qui?” domandò deluso Cosimo.
“Cosa ti aspettavi?” rispose ridendo Salvatore.
Poi si fece serio.
“Il Montello non è posto da cavalleria. Adesso ci fanno arretrare di cinque chilometri per essere pronti a manovrare e a caricare se scendono in pianura, che Dio non voglia. Tocca a voi della fanteria andare su a scacciarli ad uno ad uno”.
Guardò i due ragazzi inorgogliti fare a gara a proclamare che loro erano pronti, e che gli austriaci avevano fatto male i conti se pensavano di trovare lo stesso esercito di Caporetto, e cose del genere. Poi smise di ascoltarli e pensò a sua madre, che aveva trovato invecchiata quando era sceso in licenza ad ottobre.
“Quando finirà la guerra Salvatore?” Gli aveva chiesto preoccupata.
“Presto mamma” aveva risposto.
“Prima che richiamino Cosimo?”
“Penso di sì”, le aveva mentito.

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