Il suicidio di Eligio Porcu

Nato il 13 Dicembre 1894 a Quartu Sant’Elena (CA), capitano del 45° reggimento di fanteria, morto il 16 Giugno 1918 sul Montello.

Il capitano Eligio Porcu, nato il 13 Dicembre 1894 a Quartu Sant’Elena, in provincia di Cagliari, morì sul Montello il 16 Giugno 1918. Le circostanze della sua morte sono ricordate nella motivazione della medaglia d’Oro che gli fu assegnata nel 1919.

“… Ferito ad una gamba e circondato dai nemici, per non cadere vivo nelle loro mani, si toglieva la vita con serena fierezza, opponendo alle ingiunzioni di resa il suo ultimo grido di “Viva l’Italia”.

Quindi non una morte in combattimento, per mano del nemico, ma una scelta, estrema, quella del suicidio,  che trova molti riscontri nella storia dell’antichità e che, fuor di retorica, colloca la vicenda del Capitano Porcu tra quelle che non ci parlano solo di uno specifico episodio bellico, ma ci fanno riflettere sull’uomo, sulla sua natura  e sul suo destino. Ecco quindi che una scelta così forte e controversa lega la storia della Battaglia del Solstizio con la guerra Giudaica e il suicidio di massa di Masada,  con la Morte di Annibale raccontata da Cornelio Nepote o la morte di Saul narrata dalla Bibbia nel libro delle Cronache.

 

(Flavio Giuseppe – Guerra Giudaica)

“Uomini valorosi, avendo noi deciso da lungo tempo di non servire nè ai Romani nè a nessun altro, salvo che a Dio, adesso è giunto il tempo di mettere in pratica il nostro proposito.  In questa occasione non dobbiamo disonorarci da noi stessi, noi che nel passato non tollerammo una schiavitù immune da pericolo, e che ora dovremmo accettare insieme con la schiavitù inesorabili vendette, se cadessimo vivi in potere dei romani; poichè, come fra tutti fummo i primi a ribellarci, siamo anche gli ultimi a combattere contro di loro. Credo, inoltre, che da Dio ci sia stata elargita questa grazia, di poter cioè morire con nobiltà e in libertà: ciò non fu concesso ad altri. Per domani ci attende l’inevitabile cattura, oppure la libera scelta di una morte gloriosa assieme ai nostri cari: noi, infatti, non possiamo ormai vincere i nemici in combattimento e i Romani, che bramano catturarci vivi, non possono che propiziarci questo onorevole destino”.

 

(Cornelio Nepote – Vita di Annibale)

“ Annibale infatti in un sol luogo aveva dimora, in un castello che gli era stato dato in dono dal re e che aveva edificato in modo tale che in tutte le parti avesse delle uscite, temendo naturalmente che accadesse quello che in realtà avvenne. Qua giunsero gli inviati dei Romani e circondarono con gran moltitudine d’uomini la sua casa; un servo che osservava da una porta disse ad Annibale che si vedeva più gente del solito ed armata. Egli allora gli ordinò di fare il giro di tutte le porte dell’edificio e di riferirgli prontamente se fosse assediato alla stessa maniera da tutte le parti. Avendogli il servo prontamente riferito che cosa avveniva e mostrato che tutte le uscite erano bloccate, capì che questo non era avvenuto per caso ma che si cercava proprio lui e che per lui era giunta ormai l’ora di morire. E per non lasciare la sua vita all’arbitrio di altri, memore delle antiche virtù, prese il veleno che era solito portare sempre con sé”.

(Sacra Bibbia – Cronache, 1-10)

 “I Filistei attaccarono Israele; gli Israeliti fuggirono davanti ai Filistei e caddero, colpiti a morte, sul monte Gelboe. 2 I Filistei inseguirono molto da vicino Saul e i suoi figli e uccisero Giònata, Abinadàb e Malchisùa, figli di Saul. 3 La battaglia si riversò tutta su Saul; sorpreso dagli arcieri, fu ferito da tali tiratori. 4 Allora Saul disse al suo scudiero: «Prendi la spada e trafiggimi; altrimenti verranno quei non circoncisi e infieriranno contro di me». Ma lo scudiero, in preda a forte paura, non volle. Saul allora, presa la spada, vi si gettò sopra. 5 Anche lo scudiero, visto che Saul era morto, si gettò sulla spada e morì. 6 Così finì Saul con i tre figli; tutta la sua famiglia perì insieme. 7 Quando tutti gli Israeliti della valle constatarono che i loro erano fuggiti e che erano morti Saul e i suoi figli, abbandonarono le loro città e fuggirono. Vennero i Filistei e vi si insediarono”.

Cosimo e Salvatore Marinucci. Da Sulmona al Montello

Tra le tante suggestive storie legate alle vicende dei soldati che da tutta l’Italia sono venuti sul Montello per combattere mi è capitato di incrociare la singolare vicenda di due fratelli, Cosimo e Salvatore Marinucci, di Sulmona, che mi è stata raccontata da un altro Salvatore Marinucci, professore di matematica in una scuola media di Sulmona, che ha voluto in occasione del centenario della Grande Guerra portare i suoi studenti nei luoghi dove i suoi prozii avevano combattuto.

Salvatore, il fratello maggiore, era in guerra già da qualche anno, arruolato nel corpo dei Lancieri di Firenze, mentre Cosimo, il fratello minore, ragazzo del ’99 era appena stato arruolato con la brigata Bologna, 39° reggimento di fanteria. Nel giugno del 1918 il destino ha portato i due fratelli ad incrociarsi, o perlomeno a sfiorarsi, nel corso della battaglia del Solstizio sul Montello. Il reggimento dei Lancieri di Firenze è stato protagonista sul Montello di un episodio entrato nel mito, la carica a cavallo portata contro le avanguardie austroungariche che il 15 giugno 1918, primo giorno della battaglia, avevano raggiunto l’abitato di Giavera, dopo aver attraversato in una frenetica e dirompente avanzata tutta la collina. La brigata Bologna era giunta di rincalzo il 16 giugno, e ben presto gettata nella mischia nel settore occidentale della collina, nella zona dell’avamposto di casa Serena. Lì il giovane Cosimo aveva trovato la morte, e tante e tali furono le perdite italiane che il suo corpo non poté essere identificato, ed ora riposa con gli ignoti nel sacrario di Nervesa. Salvatore invece sopravvisse alla guerra, si sposò ed ebbe dei figli, e così la sua storia e quella del povero Cosimo ha potuto essere ricordata.

                    

 Cosimo Marinucci                        Salvatore Marinucci e il suo cavallo Ghiro

Così ho immaginato il loro incontro nelle pagine del libro Nove Giorni:

Quel pomeriggio Salvatore Marinucci, lanciere del III° reggimento Firenze, si era diretto fiducioso verso Montebelluna.
Un telegrafista suo concittadino lo aveva informato che il 39° era arrivato in zona quella mattina ed era stato posto in riserva. Sperava di poter incontrare il fratello Cosimo arruolato con la classe del ‘99 e da qualche mese sotto le armi nella brigata Bologna.
Non lo vedeva dall’ultima volta in cui era sceso a Sulmona in licenza, otto mesi prima.
Dopo l’azione del giorno prima a Giavera, quando i lancieri avevano caricato gli austriaci davanti all’albergo Agnoletti, era riuscito ad ottenere un permesso di qualche ora. Non appena arrivò al comando del 39° assicurò il cavallo ad un albero e cominciò a chiedere a chiunque incontrasse del fratello.
Dopo un po’ si sentì chiamare: “Marinucci, Marinucci”.
Era Giovanni Landolfi, anche lui di Sulmona, che gli correva incontro agitando le braccia.
“Caro Giovanni, come stai? Che piacere vederti! Sto cercando mio fratello.”
“Io sto bene. Ma tu raccontami di ieri, tutto il reggimento parla della vostra carica! Dicono che avete salvato il corpo d’armata, che senza di voi avrebbero sfondato a Giavera”
“Si certo, adesso ti racconto tutto, ma prima portami da Cosimo.”
Poi lo vide. Stava scaricando un camion di munizioni con altri soldati. Quando si sentì chiamare Cosimo riconobbe la voce e si voltò sorpreso. Il suo volto si aprì in un sorriso e corse ad abbracciare il fratello.
Salvatore, turbato, lo scostò da sé, e per togliersi dall’imbarazzo gli ordinò con tono marziale: “Soldato Marinucci, si faccia guardare!”
Nonostante la divisa Cosimo sembrava ancora il ragazzo che aveva lasciato a Sulmona: aveva la faccia da bambino, senza barba com’era, con solo una peluria bionda che gli segnava il labbro superiore e gli occhi grandi incavati dalle profonde occhiaie segno delle notti insonni delle ultime giornate di trasferimenti. Le mani erano invece da uomo: mani grandi, lunghe e affusolate, ormai pronte per impugnare un fucile o per toccare una donna.
“Allora, raccontaci della carica!” tornò a chiedere con insistenza Landolfi non appena furono terminati i convenevoli.
“Si! Racconta” si unì al coro Cosimo.
“Quando siamo arrivati a Giavera ieri pomeriggio, c’era il deserto. Al comando del VII° bombardieri ci hanno detto che una pattuglia era arrivata fino allo stradone, ma poi erano tornati indietro. Ne avevano ammazzato uno, che era ancora là in mezzo alla strada. Erano truppe d’assalto della 13a Schutzen. Abbiamo proseguito al trotto ancora per qualche centinaio di metri, senza incontrare nessuno. Poi, a cento metri dall’albergo Agnoletti, abbiamo sentito rumore di vetri che si rompevano, e una sedia è volata fuori dalla finestra del primo piano e si è schiantata sulla piazza.
Dalla porta della locanda sono usciti tre austriaci con delle sporte in mano. Quando ci hanno visti ci hanno guardato stupiti per un attimo, poi si sono messi ad urlare e sono scappati.
Il tenente ha ordinato la carica, mentre dalle altre case della piazza continuavano ad uscire austriaci.
Abbiamo caricato a fondo, e ne abbiamo steso qualcuno. Poi hanno cominciato a spararci con una mitragliatrice che avevano piazzato in fondo alla strada, allora siamo scesi da cavallo e ci siamo messi in difensiva dietro un muro, finché sono arrivate due automitragliatrici e un plotone della Tevere. Ma ormai gli austriaci si erano ritirati più in alto.”
“Tutto qui?” domandò deluso Cosimo.
“Cosa ti aspettavi?” rispose ridendo Salvatore.
Poi si fece serio.
“Il Montello non è posto da cavalleria. Adesso ci fanno arretrare di cinque chilometri per essere pronti a manovrare e a caricare se scendono in pianura, che Dio non voglia. Tocca a voi della fanteria andare su a scacciarli ad uno ad uno”.
Guardò i due ragazzi inorgogliti fare a gara a proclamare che loro erano pronti, e che gli austriaci avevano fatto male i conti se pensavano di trovare lo stesso esercito di Caporetto, e cose del genere. Poi smise di ascoltarli e pensò a sua madre, che aveva trovato invecchiata quando era sceso in licenza ad ottobre.
“Quando finirà la guerra Salvatore?” Gli aveva chiesto preoccupata.
“Presto mamma” aveva risposto.
“Prima che richiamino Cosimo?”
“Penso di sì”, le aveva mentito.

Poppies where blood was shed

In questo periodo cominciano a spuntare ovunque nei campi e lungo le strade i papaveri. Questi fiori spontanei, rustici e fragili allo stesso tempo sono diventati nel mondo anglosassone il simbolo del ricordo dei caduti di tutte le guerre.

Da dove nasce questa suggestione? Probabilmente da una poesia scritta il 3 maggio 1915 all’inizio della Grande Guerra da un ufficiale Canadese, John McCrae, impegnato nei combattimenti nelle Fiandre che la scrisse in memoria di un compagno caduto in battaglia.

In Flanders fields the poppies blow
Between the crosses, row on row,
That mark our place; and in the sky
The larks, still bravely singing, fly
Scarce heard amid the guns below.

We are the Dead. Short days ago
We lived, felt dawn, saw sunset glow,
Loved and were loved, and now we lie
In Flanders fields.

Take up our quarrel with the foe:
To you from failing hands we throw
The torch; be yours to hold it high.
If ye break faith with us who die
We shall not sleep, though poppies grow
In Flanders fields.

La popolarità del testo di McCrae divenne tale che ben presto molti altri utilizzarono il simbolo dei poppies in relazione alla guerra.

In un libro di memorie sulle sue esperienze della Grande Guerra dal titolo Red Poppies David Rhodes Spark, ufficiale statunitense inviato in Francia nel corso della Prima Guerra Mondiale, riporta nell’introduzione un articolo del Chicago Tribune che parla del rapporto tra i papaveri e la guerra:

“Apparentemente c’è una strana relazione tra i campi di battaglia e i fiori spontanei. Macaulay racconta come dopo la battaglia di Landen, nei paesi Bassi, nel 1693, tra l’esercito francese e quello inglese guidato da Re William III, dove più di ventimila uomini furono lasciati insepolti nel terreno, l’anno seguente dal suolo proruppero milioni su milioni di papaveri scarlatti, che coprirono l’intero campo di battaglia come se fosse un grande foglio ricco di sangue. Una simile circostanza è riportato sia successa 120 anni dopo nella stessa regione, dove nell’estate dell’anno che seguì la vittoria di Waterloo l’intero campo di battaglia fu coperto da papaveri scarlatti. Lo stesso fiorire di papaveri scarlatti nei campi di battaglia, qualche mese dopo la battaglia, sta avendo luogo in Francia durante questa guerra”

La stessa suggestione è proposta in un articolo di un giornale inglese del 1916:

“Uno strano fenomeno riscontrato nei campi di battaglia della Francia Settentrionale è l’abbondanza di papaveri. Tutte le strade sono circondate da vasti tratti coperti dai fiori rossi, il che dà l’impressione che il sangue versato nell’autunno e nell’inverno scorsi sia tornato ancora in superficie. In ogni caso, afferma l’Evening Standard, questa è la credenza diffusa tra i contadini delle zone dove si sono svolte le battaglie solo pochi mesi fa; ma la vera spiegazione è che i papaveri crescono con il grano, così come le campanule si mescolano con il granoturco in Russia, e quest’anno i papaveri hanno usurpato tutto lo spazio.”

Giuseppe Ferrino Eroe per caso

Il 12 Luglio 1913 a Roma si giocava la finale del campionato italiano di calcio tra la Società Podistica Lazio e la squadra piemontese del Casale Monferrato, il football Club Casale. Il Casale, che ha vinto senza difficoltà il campionato regionale, schiera un formidabile tridente d’attacco composto da Cavasonza, Caire e Gallina II°. Tuttavia, nell’imminenza della partenza per Roma Gallina II° è costretto a rinunciare alla trasferta per motivi di studio. Studente al Politecnico di Torino, non può rinviare un importante esame. E così, all’ultimo momento, viene convocato al suo posto un attaccante della seconda squadra, Giuseppe Ferrino. Nato a Pontestura in provincia di Alessandria il 12 Settembre 1890, Giuseppe è un attaccante veloce ma tecnicamente modesto. E così sono rare le sue apparizioni nella prima squadra, dopo l’esordio del 3 Marzo 1912 all’Arena Civica di Milano contro l’Unione sportiva Milanese. Tuttavia non si lascia sfuggire l’occasione e contribuisce con un goal al successo della sua squadra che conquista così il primo e unico storico scudetto del Casale Football Club. Dopo il successo di Roma Giuseppe prende definitivamente posto in prima squadra, ma presto la Guerra irrompe nella sua vita e in quella di tutti gli italiani. La classe del 1890 è tra le prime ad essere richiamate, e Giuseppe Ferrino viene arruolato e assegnato al 5° reggimento di artiglieria da Campagna. Esce indenne da oltre tre anni di conflitto ma il 4 Ottobre 1918, ad un solo mese dalla fine della guerra, il suo pezzo d’artiglieria posizionato nei pressi di Giavera viene centrato da una granata. Finisce così, a 28 anni, la sua breve vita.  Se un giorno vi capiterà di visitare il sacrario dei caduti del Montello, l’Ossario di Nervesa, fermatevi un momento a salutarlo. La sua lapide è vicina all’ingresso, appena dentro, sulla sinistra.C’è scritto solamente Soldato Ferrino Giuseppe. Ogni volta che ci vado mi viene voglia di aggiungere col pennarello Campione d’Italia.

n.d.a: La foto e le informazioni su Giuseppe Ferrino sono state fornite dal signor Ramezzana di Casale Monferrato