Feriti nell’anima

FERITI NELL’ANIMA.
STORIE DI SOLDATI DAI MANICOMI DEL VENETO

Durante la Grande Guerra oltre 40.000 militari italiani furono ricoverati negli ospedali psichiatrici, ma probabilmente un numero di gran lunga superiore, mai rilevato, diede segnali di sofferenza psichica di fronte alla tragica quotidianità della vita al fronte. A Treviso, posta a ridosso del fronte, il manicomio del Sant’Artemio divenne un luogo simbolo di questa triste pagina di storia. Nel suo libro Feriti nell’anima. Storie di soldati dai manicomi del Veneto, Nicola Bettiol, attraverso la documentazione psichiatrica e le lettere censurate contenute nelle cartelle cliniche, racconta le storie, le speranze e le sofferenze di questi uomini, per troppo tempo dimenticati dalla memoria.

La fuga nella malattia mentale andò progressivamente configurandosi come uno degli elementi distintivi della prima guerra tecnologica di massa. Migliaia di uomini che dovettero subire a fondo il potere estraniante della trincea, il continuo rovesciamento dei valori, la perdita di controllo sulla propria esistenza, l’annullamento della dignità personale, manifestarono un diffuso malessere che ebbe modo di esprimersi nella follia.
I medici dell’ospedale di Verona annotavano nella cartella clinica di un soldato:
“E’ irrequieto, parla a bassa voce come se vedesse compagni o austriaci, chiede il suo fucile ma tutto dolcemente senza agitarsi né gridare. Negativista, è quindi inaccessibile alle domande, continuando nel suo monologo annunciato da gesticolazione vivace e corretta. Parla sottovoce, si fa coraggio, riproduce con la bocca il suono della mitragliatrice e del fucile. Riproduce il movimento del gettare bombe a mano e di andare all’assalto alla baionetta. E’ continuamente in relazione a ciò, allucinato uditivo, quando lo si tocchi, si ritrae spaventato. Sempre spaurito in atteggiamento di difesa con tendenza a nascondersi; vede e sente austriaci dovunque”.

Il tenente Michele Orlando di Napoli, che si era arruolato volontario nel 1915, descrive bene la sensazione di spogliazione materiale e spirituale che avvertivano i soldati varcando la soglia del manicomio:                                                                 

Treviso, 7 marzo 1917
Carissimo amico mio,
ieri sera fui accompagnato all’ospedale neuropsichiatrico di Treviso, proveniente da Verona. Ebbi un’impressione un po’ dolorosa quando mi vidi un custode al lato, sembrandomi di essere diventato un infante, e peggio ancora, un demente; un individuo che non risponde più dei suoi atti, delle sue azioni.
E la dolorosa impressione non si cancellò con l’entrare nell’ospedale-manicomio, perché, accompagnato dal capo infermiere, dovetti spogliarmi di tutti gli oggetti che avevo con me.
Immaginate un po’ se io, con questo regime di vita possa guarire! Io sento il bisogno di respirare aria libera ed invece stiamo serrati dentro; sento il bisogno di stare in compagnia di persone che non mi ricordano la guerra, ed invece sto con tutti ufficiali, sento il bisogno di sentirmi circondato da un mondo di sani ed invece sto in mezzo ai malati, ognuno racconta la sua sventura, ognuno la sua tribolazione, ed io soffro assai ..”

Il tenente Italo, di Reggio Calabria, in servizio Militare dal 1914, entrò in zona di guerra il 24 Maggio 1915.
Fu sul fronte dell’Isonzo, sul monte Zebio e sul Monte Pasubio. Nell’Ottobre 1915 venne ferito alla testa da una scheggia di bomba, nel gennaio 1916 fu ferito al braccio, ma non ebbe nessuna licenza per dette ferite.
Dopo un’offensiva sul Pasubio, in cui si distinse e per questo ricevette un encomio solenne, ebbe un trauma psichico violento che lo portò all’ospedale.                                                                         

Treviso, 12 Luglio 1917
Carissima sorella,
eccomi all’ospedale di Treviso e voglio sperare che sia l’ultima tappa. Credo che qui mi tratterranno un poco di tempo. Devi sapere che in seguito ad un terribile bombardamento sul Pasubio sono rimasto un poco impressionato e moralmente scosso. Adesso ho migliorato di molto mentre prima ero balbuziente. A Treviso io spero di ottenere qualche mese di licenza di convalescenza e ti prometto che se verrò a casa ti porterò a Roma.
Questa mattina sono stato visitato ancora ed il dottore ha detto che sono un ammalato di nervi perché avendo gli occhi bendati non riuscivo a camminare nella dritta direzione ciò ch’è indizio di un disorientamento. Veramente molte cose hanno concorso per turbare il mio sistema nervoso. Ti ricordi la mia prima caduta per lo scoppio di un proiettile, ebbene io credo che quello è stato il colpo di grazia per me. Ve lo scrissi sempre a casa che mi sentivo triste ed in uno stato d’animo indicibile senza sapere trovare la ragione di questo malessere generale ..”